Incassi giù del 56%: i ristoratori chiedono il "risto-bonus" trentino

Avanzata una serie di richieste, tra le quali un bonus gastronomico, nel settore del catering il calo previsto è addirittura dell'80%

Perdita di metà degli incassi, anche contando il periodo post-emergenza: serve anche in Trentino il risto-bonus. Questa la denuncia, e la richiesta, dei ristoratori trentini, che stamani hanno incontrato il presidente della Provincia Maurizio Fugatti. 

I ristoranti lamentano una riduzione media degli incassi del 56% da inizio pandemia rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Le cause sono la riduzione dei posti al tavolo ma non solo: paura sociale, mancanza di turisti, ricorso allo smart working, che ha ridotto le pause pranzo. "I costi d’impresa, al contrario, sono rimasti ai valori pre-Covid" chiosa Marco Fontanari, presidente dell'associazione di categoria.

Nell'estate dei "bonus" (bici, babysitter, vacanze, ristrutturazione) l'associazione chiede che venga istituito in Trentino un "risto-bonus" simile a quello che a livello nazionale è ancora solamente sulla carta. Si tratta in buona sostanza di riconoscere, ad ogni nucleo famigliare, un bonus da utilizzare presso le attività di ristorazione. "Questo porterebbe liquidità nell'economia reale, aiutando aziende in difficoltà e di conseguenza garantendo posti di lavoro" spiega Fontanari.

Si tratta solamente di una delle proposte, le altre riguardano interventi diretti verso le imprese della ristorazione ed i lavoratori: altri contributi a fondo perduto (aggiuntivi rispetto a quelli erogati), proroga degli ammortizzatori sociali, supporto per chi mantiene i livelli occupazionali (incentivo già messo in campo per il settore alberghiero), esenzione dell'Imis, riduzione della Tari, rientro dal finanziamento del fondo "Ripresa Trentino" in 10 anni anziché 4, ed un fondo dedicato all'incentivo sull'acquisto di prodotti locali per la ristorazione.

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Una richiesta riguarda, infine, il settore del catering. "È fondamentale sostenere con aiuti concreti e a fondo perduto le 22 imprese trentine di catering per evitare di mettere in serio pericolo la tenuta dei livelli occupazionali, con le immaginabili conseguenze in termini di costo sociale, di perdita delle professionalità faticosamente costruite e di ulteriore raffreddamento dei consumi" conclude Fontanari. 

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