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Il Questore Cracovia ha finito il suo servizio: "ho sempre cercato di dare l'esempio"

Amore viscerale per la bandiera della polizia, curiosità e ambizione hanno accompagnato una carriera pregna di soddisfazioni

Il Questore Claudio Cracovia

Il Questore Claudio Cracovia ha salutato il Trentino, dal 1° di agosto il suo servizio è arrivato al capolinea per raggiunti limiti di età. Le 65 candeline che segnano il congedo, Cracovia, le ha spente a luglio e ha comunicato la notizia durante una sobria cerimonia dove ha consegnato lodi ed encomi a una decina di agenti per essersi particolarmente distinti durante alcuni servizi e indagini.  Le soddisfazioni per Cracovia sono state moltissime ed è proprio uno di quei casi in cui, aver fatto ciò che amava, ha certamente reso il suo lavoro sempre più piacevole, permettendogli di alzarsi la mattina felice di quello che stava facendo in quel momento, nonostante ostacoli e insuccessi.

Un brillante curriculum

Nato e vissuto a Trieste, Cracovia ha conseguito la laurea in Giurisprudenza, ha iniziato il suo servizio a Trieste e ha poi portato competenze e professionalità a Torino, Alessandria, Lucca, Udine e Ancona. Arruolatosi il 1° aprile 1981 è diventato Commissario nel 1986. Tre anni dopo, a Torino ha assunto l’incarico di Vice Capo di Gabinetto, Capo della Sezione Omicidi e Criminalità Organizzata della Squadra Mobile, Dirigente del Commissariato Centro, Dirigente dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico e, infine, Dirigente della Squadra Mobile. Tra il 2003 e il 2006 ha diretto il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia per il Piemonte e la Valle D’Aosta.

“È stata un'esperienza che mi ha completato dal punto di vista investigativo – confida Cracovia – nelle esperienze precedenti, ci occupavamo principalmente del reato, di scoprirne gli autori. Nell’Antimafia si segue la cosiddetta ‘papertrail’ e quindi lavoravamo per cercare di scovare i patrimoni accumulati illecitamente, risalire alla filiera del riciclaggio e del reimpiego dei capitali. Ricordo che monitoravamo gli appalti che sono un segmento importante in cui notoriamente la criminalità organizzata cerca di infiltrarsi”.

Cracovia ha diretto il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia per il Piemonte e la Valle D’Aosta nel periodo degli appalti per le olimpiadi di Torino 2006 e di quelli relativi ai lavori dell'Alta Velocità ferroviaria Torino-Milano.

Dopo questa esperienza, è stato vice Questore ad Alessandria, Udine e Firenze, poi a Lucca dal 2012 al 2014. È Cavaliere all'Ordine al merito della Repubblica italiana, insignito dell'attestato di Pubblica benemerenza per l'opera prestata in occasione dell'alluvione che ha colpito il Piemonte nel 2000, Ufficiale al merito della Repubblica, prima di arrivare a Trento era stato questore di Ancona per una decina di mesi. Tantissime le attività di indagini polizia giudiziaria che hanno costellato la carriera di Cracovia.

Quali sono le azioni che hanno caratterizzato la sua carriera?

“Ce ne sono tantissime, ricordo le più eclatanti come le indagini sul conto di Maurizio Minghella che ritengo essere stato uno dei più pericolosi serial killer che abbia agito al nord Italia. Oltre ad affibbiargli diversi omicidi, riuscimmo anche a ricostruire decine di rapine e violenze sessuali in danno di prostitute. Tra l'altro questo avvenne a Torino e ricordo che lui si trovava lì in regime di semilibertà, dopo aver scontato più di vent'anni per aver commesso quattro omicidi a Genova. Poi un’indagine che ricordo è quella di quando riuscimmo a individuare e arrestare due persone che avevano trafugato la tomba del noto banchiere Enrico Cuccia dal cimitero di Meina, in provincia di Novara. Coloro che trafugarono la tomba avevano poi chiesto un riscatto all'amministratore delegato di Mediobanca per la restituzione della salma”.

Secondo lei, cosa deve necessariamente essere attenzionato maggiormente oggi?

“Al di là del settore di intervento, perché andare a individuarne uno, sia sotto il profilo strettamente preventivo, sia su quello repressivo, è una cosa difficile, ma oltremodo anche ingiusta. Tutti minacciano la sicurezza e la libertà di tutti. Quello che io ritengo importante è rispondere sempre e comunque a quelle che sono le istanze dei cittadini, le loro sollecitazioni. Rispondere significa, non necessariamente essere vincenti sempre, ma comunque introdurre tutte quelle azioni che possono portare a un risultato positivo. Non sempre questo avviene, però l'importante è mettere in campo ogni sforzo possibile, perché si rafforzano la collaborazione con le autorità e soprattutto la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni e nelle forze dell'ordine”.

L’ascolto, un tema a lei molto caro e del quale aveva parlato quando era arrivato a Trento.

“L'ascolto è molto importante, come la presa in carico dei problemi e cercare di fare tutto per vincere, per superare quelle situazioni. Ricevo nella mia casella e-mail e in quella dell'ufficio Relazioni Pubbliche tante segnalazioni, che vengono prese in carico dagli uffici competenti. Certe volte riusciamo a ottenere dei risultati, altre volte ci limitiamo a verificare le situazioni perché non necessitano di particolari interventi le verifichiamo e vediamo che non necessitano di particolari interventi. Quando non veniamo a capo di quelle situazioni, sicuramente non per mancanza di impegno, ma perché si tratta di situazioni fortemente radicate che è difficile eliminare, ma che vanno tuttavia governate con un'azione costante. Rimango particolarmente addolorato quando arriva segnalazione che mi informa che qualche mio collaboratore o ufficio non ha preso in carico una segnalazione come il cittadino si aspettava, anche queste situazioni vanno gestite. Se è il caso non esito a scusarmi personalmente o tramite i miei collaboratori”.

Lei è arrivato a Trento poco prima dello scoppio della pandemia, come è stato il vostro lavoro, come lo definirebbe?

“L’umanità e la capacità di intercettare i bisogni della persona sono stati i due elementi importantissimi, soprattutto nel gestire la fase della pandemia, anche per quanto riguarda il rispetto delle misure governative per contrastare la diffusione del contagio. Non è stata repressione pura, è stata anche persuasione, è stato coinvolgimento delle persone nel capire che proteggendo se stesse avrebbero protetto anche gli altri. Azzarderei a dire una sorta di sicurezza partecipata da coloro che di questa sicurezza ne sono i beneficiari. Però ci sono voluti molta umanità e accompagnamento al rispetto delle misure”.

Qual è il tema da lei più avvertito in Trentino?

“Il tema più avvertito qui in Trentino, ma soprattutto nei centri più importanti, è lo spaccio, ma direi il consumo di droga. Non c'è spaccio, se non c'è l'offerta e non c'è l'offerta se non c'è bisogno. Bisogna continuare in maniera incisiva l'azione e non solo di repressione, ma anche di prevenzione e soprattutto di prossimità. Bisogna trovare i format, gli interventi necessari per incidere sul consumo di droga, soprattutto da parte dei giovani. Il Trentino è una zona di smercio, ma non ospita associazioni o gruppi che praticano su vasta scala il traffico di droga. C’è una differenza molto chiara. Occorre chiedersi come incidere sulla domanda”.

C’è una persona che ha fatto la differenza nella sua carriera?

“Devo molto al mio periodo torinese. Ho lavorato a Torino per una ventina d'anni e quindi ricordo, fra tutti, quello che era il mio capo di Gabinetto quando sono stato per vari anni un addetto di quell'ufficio, il capo della Squadra Mobile quando ero nella Omicidi e poi ricordo delle figure dei grandi Questori che sono passati a Torino. È difficile indicarne uno, sono stati diversi i grandi maestri che ho conosciuto. Ho preso qualcosa da tutti”.

Cosa Lascia chi verrà dopo?

“Lascio un ufficio che io definisco ‘in movimento’, perché sul piano operativo ha in corso ancora tante indagini e operazioni da portare a compimento. È chiaro che ci sono tanti aspetti da perfezionare, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi organizzativi interni. Sicuramente ci sarà da proseguire sulla strada di re-ingegnerizzazione delle procedure, completando e implementando l’utilizzo dello strumento informatico che è diventato ormai fondamentale in una situazione di risorse umane che spesso non è ottimale. Spero lasciare essenzialmente una cosa: ho sempre cercato di dare l'esempio, di fare io per primo quello che poi pretendevo dagli altri, soprattutto dai miei collaboratori. Spero così di aver alimentato ulteriormente quella fiamma che è il rispetto e soprattutto il desiderio di tenere alta la nostra bandiera e quella della Polizia di Stato.

Ha un ricordo di tutti questi anni che le piacerebbe condividere?

“Mi ricordo che all'esame di maturità, prima di licenziarmi, il presidente della Commissione mi chiese se intendessi proseguire gli studi e io risposi in maniera molto decisa, quasi secca, che volevo andare all'università a laurearmi in Giurisprudenza a fare Commissario di polizia. In un miliardo di difetti che mi riconosco solo una qualità: sono molto curioso e questo mi ha portato a conoscere, a crescere. Quella molla mi ha spinto sempre più avanti ed è ancora viva in me, mi sprona a migliorare, sempre”.

Come definirebbe il suo legame con la bandiera della polizia?

“L'amore per la bandiera della polizia è viscerale, anche se sto per lasciare il servizio attivo. Mi ascrivo il privilegio e la fortuna di essermi arruolato il 1°aprile 1981, che è il giorno in cui venne varata la riforma dell'Amministrazione della Pubblica Sicurezza. Quest'anno abbiamo celebrato il quarantennale, infatti io ho 40 anni di servizio effettivo. Sono fiero ed orgoglioso di avere iniziato a servire quella bandiera da guardia di pubblica sicurezza, quando ero un allievo alla scuola di Alessandria. Nel 1981 iniziava un percorso che all'epoca non si sapeva dove avrebbe portato. Mi guardo indietro oggi e mi dico che sono riuscito a scalare tutti i gradini di questo percorso, questo spirito di appartenenza in me è indelebile”.

Cosa farà dal 1° di agosto?

“La prima cosa che farò sarà quella di riposarmi, di staccare realmente la spina. Poi è chiaro che mi concentrerò molto su quella che è la mia la mia vita privata, a partire da me stesso, ma soprattutto anche vivere la famiglia in maniera più pregna, più intensa. E poi ho tanti interessi: amo i libri di storia, l'opera anche se sono un neofita. Non ho la smania di assumere incarichi di sorta. Prenderò in mano anche determinati libri di materie professionali, argomenti che non ho avuto il tempo mai di leggere, mentre ero al lavoro. Non solo per mantenere un cordone ombelicale, ma per scoprire cosa ci sia su quei libri e confrontarlo con quella che è stata la realtà del mio lavoro. Un’esperienza al contrario, peraltro senza alcuna velleità”.

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