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Cronaca Oltrefersina / Via al Desert

Parla la famiglia trentina che ha accolto Abdoulaye, stroncato dalla malattia a 27 anni

La fuga dal Senegal, il deserto, il carcere poi il viaggio su un gommone. Con lo stesso coraggio ha affrontato la malattia. Ora la famiglia trentina che lo aveva accolto in casa si racconta: "Non vogliamo vantarci, solo raccontare"

In Trentino aveva trovato una seconda casa, una vera e propria famiglia che lo ha accolto ed aiutato. Una generosità gratuita, sincera, piùù forte della malattia. La storia di Abdoulaye, 27enne senegalese ospitato da una coppia di cinquantenni della Valsugana, poi stroncato  da una malattia incurabile, proprio quando il suo futuro iniziava a diventare più sereno, è stata raccontata da tutte le testate locali.

Ora è la famiglia a raccontarsi ai cronisti dell'Ansa, a raccontare la storia di quel ragazzo, fuggito dal Senegal, dove il  padre  è combattente tra i ribelli del Casamance, per arrivare poco più che ventenne nella Libia di Gheddafi. Dopo la caduta del regime per gli immigrati non libici la situazione si era fatta decisamente pericolosa. Abdoulaye finisce in carcere, poi viene fatto uscire per salire su un gommone, con il fucile puntato addosso, destinazione Italia. Il 4 agosto 2015 il naufragio nel canale di Sicilia, poi il salvataggio da parte  della Marina Militare e quattro giorni dopol'arrivo al campo di Marco.
 
In Trentino Abdoulaye trova una famiglia disposta ad accoglierlo. Si tratta di due cinquantennni della Valsugana, con figli di qulche anno più giovani di lui. Vogliono rimanere anonimi, non sono in cerca di onori, vogliono solo raccontare. Ma c'è anche un altro, più inquietante, motivo: i social network e le sentenze becere che la notizia ha immancabilmente suscitato. La coppia ha espresso la disponibilità di accogliere un profugo all'interno del  progetto gestito dal Cinformi, l'ufficio provinciale per l'immigrazione. Insomma, al banalismo dell'"allora prendili in casa tua", hanno risposto "sì". 

"A noi è sempre piaciuto confrontarsi ed accogliere persone nella nostra famiglia - racconta la "madre" adottiva - Ma il rapporto era molto diretto, alla pari: quando pensavo a tutto quello che aveva passato non potevo fare altro che trattarlo da adulto, da uomo sopravvissuto a cose cui io probabilmente non sarei sopravvissuta".

Lo stesso coraggio lo ha messo nell'affrontare la malattia, diagnosticata poco dopo il suo arrivo in Trentino, che se l'è portato via in pochi mesi. La madre ed il fratello minore, che lui non vedeva da sei anni, sono riusciti ad arrivare in Trentino, sempre grazie al Cinformi, appena in tempo per dirgli addio. Ieri la salma è stata riportata al punto di partenza, in Senegal, dove tutto è cominciato. 

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