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Piazza Littorio a Trento, foto d'epoca, collezione Biblioteca Comunale

Piazza Littorio a Trento, foto d'epoca, collezione Biblioteca Comunale

Cosa vuol dire "far en giro al sas"? Storia e leggende del quartiere di Trento che non c'è più

L'espressione è ancora molto in uso tra i trentini per indicare la passeggiata in centro del sabato pomeriggio. Ma chi sa perché si dice così?

"Fare un giro al Sas" è un'espressione usata dai trentini  per descrivere un giro in centro città, magari il sabato pomeriggio, per dare un'occhiata alle vetrine e scambiare quattro chiacchiere con qualche conoscente incontrato per strada, nelle vie che formano un quadrato attorno all'attuale piazza Cesare Battisti. Pochi sanno però da dove deriva tale  espressione e cosa fosse il "Sas", ovvero il sasso, che ricorre in quella frase simbolo  della trentinità. Ebbene al centro di Trento c'è un quartiere fantasma, o meglio c'era, ed era più vivo che mai. Completamente cancellato dal "piccone risanatore" del regime fascista, come lo chiama Gian Pacher nel suo libro "Cara vecchia Trento", prima del 1934 al posto della piazza, utilizzata per comizi ed adunate, sorgeva il quartiere più antico della città, non a caso sopra le rovine della città romana, oggi visitabili.

Il "Fossato del Teatro", così era chiamato il quartiere dietro al Teatro Sociale, era formato da case di sasso, da cui il nome "Sas", anche se l'espressione potrebbe riferirsi alle strade di ciottoli, rare in un'epoca, molto indietro nei tempi, in cui le strade erano prevalentemente di terra battuta. Un quartiere pieno di storia e di fascino: "Il Fossato del Teatro, con i suoi portoni ed osterie distribuite in un dedalo di cortili e cortiletti dentro un'architettura medioevale ricca di poggioli in legno ma anche di palazzi prestigiosi come il Mirana, sede del primo Municipio di Trento" così lo ricorda il giornalista in un libro del 1979, quasi cinquant'anni dopo la demolizione.

Sarà forse stata la vicinanza con il teatro, ma il Sas era un quartiere "musicale": si dice che i suoi abitanti venissero reclutati, non solo per la  voce ma anche per una certa presenza scenica, per interpretare gitani, soldati spagnoli, cinesi, antichi romani o paggi di  corte, nelle opere liriche del Sociale. Nella vicina via Diaz, nata anch'essa dallo sventramento di un altro quartiere storico, il Fossato San Simone, si trovava, oltre alla celebre osteria della "Bepa", il "Bar Universal" che, nel secondo dopoguerra, organizzava lunghe sessioni di ascolto di musica classica, con gusti decisamente nordici.

"Le proprietarie, la signora Ginevra e sua sorella Elvira Cainelli, avevano un grande amore per la musica classica e possedevano una eccezionale raccolta di dischi 78 giri" prosegue Gian Pacher "proponevano Concerti Brandeburghesi, il poema sinfonico Finlandia, intervallato dalla cavalcata delle Valchirie. Un bar silenzioso l'Universal, in quanto gli amanti delle sinfonie non ammettevano interferenze" mentre si godevano, insieme alla musica un "cappuccino con una spruzzatina di cacao". Altro che le serate dj-set di oggi!

Come detto osterie e taverne non mancavano, ed erano il punto di forza del quartiere: "alla Trattoria Reich, con alloggio, capitavano forestieri attenti a non farsi vedere in giro e a non dare nell'occhio, mentre all'Osteria Albertini c'era buon vino per tutti ed allegria sincera. Discreta e ricca di fascino era l'insegna della Taverna Bleu - che si doveva pronunciare alla francese - di proprietà di una donna di mondo come Pia Morelli disposta di tanto in tanto a raccontare agli amici più intimi di essere figlia naturale di Francesco Giuseppe".

Non mancava, oltre alla compagnia del vino, quella femminile: il quartiere era anche conosciuto come "Veronetta" dal nome di una casa di piacere, nascosta in quel "dedalo di vicoli", di cui oggi resta solamente vicolo Malpaga che congiunge via Diaz e via Oriola. Si trattava però di un posto poco raccomandabile in tutti i sensi : "un luogo appetibile, ma che richiedeva non trascurabili doti di coraggio se si doveva raggiungere a sera inoltrata, percorrendo l'oscuro vicolo dove, qualche volta, poteva scapparci la randellata o di veder balenare la lama di un coltello". Insomma "degrado" in puro stile belle èpoque.

"Rimane da chiedersi quale poteva essere il volto di questa parte di città, prima del cosiddetto risanamento attuato  senza rispetto per la storia e la cultura durante gli anni del podestà Scotoni e quindi in perfetta sintonia con la politica urbanistica del fascismo - conclude Pacher - il piccone risanatoremise fine per sempre ai misteri ed al fascino del Fossato del Teatro, al suo  posto la piazza del Littorio, spazio da parata, poi la guerra ed il resto, e con il resto altri personaggi, altri fatti".

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