Lo Studio

Montagne affollate? Gli animali si adattano diventando "più notturni"

Gli esperti hanno studiato gli effetti che il passaggio dell'uomo, nel lungo periodo, ha sulle abitudini della fauna selvatica 

Se il passaggio dell'uomo diventa pressante durante il giorno, gli animali si adeguano e diventano "più notturni". Questo, in estrema sintesi, quanto è emerso dal nuovo interessante studio del Muse (Museo delle Scienze), in convenzione col Servizio Faunistico della Provincia autonoma di Trento, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale di sostenibilità ambientale Ambio. A darne notizia lo stesso Muse, alla fine di gennaio del 2023.

Montagne affollate? Gli animali si adattano diventando "più notturni"

Le abitudini dell'uomo cambiano costantemente con il passare del tempo e, in casi come quello studiato dal Muse, possono coinvolgere anche la fauna selvatica. È il caso di quanto accaduto sul territorio alpino negli ultimi decenni. L’abbandono, da parte dell'uomo, delle pratiche di agricoltura e pastorizia ha avuto come conseguenza una rigenerazione naturale delle foreste, con il ritrovamento di un habitat naturale nel bosco per diverse specie di mammiferi. In molti casi è però aumentata la frequentazione turistica in queste aree, creando dunque un nuovo potenziale disturbo per gli animali selvatici.

Sono aree scelte come destinazioni di rigenerazione e di attività all'aperto da molte persone che, spesso, sentono proprio il desiderio di ricollegarsi al mondo naturale. Ma, come evidenzia il Muse, mentre la domanda di turismo naturalistico continua ad aumentare a livello globale, cresce anche la preoccupazione per i possibili effetti collaterali sulla biodiversità e in particolare sulla fauna selvatica.

Lo studio 

Due le domande che gli esperti si sono posti: Come reagiscono gli animali selvatici a questa crescente presenza di esseri umani nei loro habitat? Ci sono effetti negativi nel lungo periodo? A cercare di chiarire questi dubbi è la ricerca del Muse e dell’Università di Firenze "Crowded mountains: Long-term effects of human outdoor recreation on a community of wild mammals monitored with systematic camera trapping", dimostrando anche come un'attività di monitoraggio scientifico standardizzato sia fondamentale per misurare la sostenibilità ambientale delle attività umane e per raggiungere gli obiettivi di lotta alla crisi della biodiversità posti dall’Onu. Sessanta le fototrappole uilizzate per lo studio ogni estate, a partire dal 2015, in un’area delle Dolomiti del Trentino occidentale altamente frequentata da escursionisti. Lo scopo era quello di rilevare i passaggi di animali e persone e monitorare la fauna per studiarne le possibili risposte.

"I risultati delle analisi  - spiega Marco Salvatori, dottorando dell’Università di Firenze in collaborazione con il Muse e primo autore dello studio - ci mostrano che delle oltre 500 mila foto raccolte in sette anni di ricerca (dal 2015 al 2022) il 70% ritrae persone e il tasso di passaggio umano di fronte alle foto-trappole è stato sette volte superiore a quello della specie selvatica più comune nell’area, la volpe, e addirittura 70 volte superiore a quello dell’orso, la specie che è risultata più raramente fotografata. Il passaggio delle persone inoltre non differisce fra le foto-trappole presenti all’interno del Parco Naturale Adamello-Brenta e quelle poste al di fuori, dimostrando, come prevedibile, una potenziale pressione anche all’interno dell’area protetta”.

Nonostante questa frequentazione umana molto intensa, tuttavia, le specie studiate hanno mostrato tendenze di presenza stabili e in alcuni casi anche in crescita. E questo, come sottolineano gli esperti, è un segnale rassicurante per la loro conservazione.

Come spiegato dal Muse, tutte le otto specie considerate (orso, cervo, camoscio, capriolo, tasso, volpe, lepre e faina) hanno rivelato una chiara risposta comportamentale al disturbo provocato dal passaggio delle persone: nelle zone più frequentate diventano più notturne per diminuire la probabilità d'incontrare persone, e concentrano le loro attività di notte anche quando si trovano più vicino ai centri abitati. Non solo, le specie di maggiori dimensioni, come l’orso, il cervo e il camoscio, esibiscono anche una chiara tendenza a evitare di frequentare le zone in cui il passaggio umano è più intenso. Questo viene considerato dagli esperti un segnale incoraggiante per la convivenza uomo-fauna selvatica.

I risultati dello studio dimostrano quindi come gli animali selvatici mettano in atto tutte le strategie a loro disposizione per minimizzare le probabilità d'incontro con le persone. Questi comportamenti non sono però "gratuiti" per gli animali, ma costituiscono un potenziale costo in termini di maggiori difficoltà di movimento, una regolazione non ottimale della temperatura corporea, l’utilizzo di aree meno produttive in termini di risorse alimentari.

"In conclusione - afferma Francesco Rovero, docente di ecologia dell’Università di Firenze e coordinatore dello studio - la tendenza a una maggiore notturnalità è una risposta comportamentale comune a molti mammiferi esposti alla presenza di grandi numeri di persone, come testimoniano anche diverse ricerche a livello internazionale. Se, da parte degli animali, l’impegno a evitare il contatto con gli esseri umani è notevole, ora sta anche a noi umani fare attenzione adottando, ad esempio, alcune misure per limitare l’accesso ad alcune aree dei parchi naturali nei periodi dell’anno più delicati per la fauna, una strategia già ampiamente applicata in molte parti del mondo".

La pubblicazione ufficiale: "Crowded mountains: Long-term effects of human outdoor recreation on a community of wild mammals monitored with systematic camera trapping"

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