Come ti curo i Rom. L'operazione di polizia fra dubbi, mancanze e omissioni

Inchiesta esclusiva di Mattia Pelli sul recente sgombero avvenuto nella zona di Trento Nord (ex Sloi) da parte delle forze dell'ordine e del personale dell'azienda sanitaria. Le immagini e il video girato dall'unico giornalista presente sul posto

Cadenti costruzioni in cemento, simbolo passato di una fede mortifera nel progresso; fitta vegetazione dal verde inquietante, debordante dai vecchi muri; una strana processione guidata da uomini con mascherina seguiti da un piccolo drappello di miserabili. Questo avrebbero visto coloro che si fossero trovati a passare davanti alla ex Sloi di via Maccani a Trento lo scorso mercoledì 15 maggio. E appena girato l'angolo, due ambulanze e un piccolo concentramento composto da assistenti sociali del comune, polizia in borghese, personale sanitario, vigili urbani. E poi loro: 40 Rom rumeni, uomini e donne, giovani e anziani (ma non minori), che da anni ormai vivono nell'area che fu un tempo sede della produzione di piombo tetraetile, ancora presente in pericolose quantità nel terreno. Ma alle cinque di mattina di passanti in via Maccani ce ne sono proprio pochi e gli stessi organi di stampa non erano stati avvertiti dell'operazione coordinata dalla Questura. (Guarda il video di Mattia Pelli).

I Rom accampati all'ex Sloi sono stati svegliati verso le cinque del mattino da poliziotti in borghese che – coadiuvati dagli assistenti sociali del Comune di Trento, dal personale sanitario, dai vigili urbani e da una mediatrice culturale (circa 25 persone in tutto) – hanno convinto nove di loro a recarsi all'ospedale S. Chiara per sottoporsi ad esami radioscopici e verificare se erano affetti da tubercolosi, malattia estremamente pericolosa e – in alcune fasi – molto infettiva, in grado di mettere a rischio la salute del portatore e di chi gli sta intorno. 

Una donna è risultata positiva al test radiografico, ma ulteriori esami hanno mostrato come la malattia non fosse in fase contagiosa e quindi la Rom è stata lasciata andare. Gli altri sono stati tutti portati in Questura e identificati. Ventisette di loro sono stati colpiti da un provvedimento di allontanamento, come prevede la legislazione italiana nei confronti di cittadini comunitari che dopo tre mesi non abbiano richiesto e ottenuto un certificato di residenza e non possano dimostrare di possedere i mezzi di sostentamento necessario. Dovranno quindi lasciare l'Italia e se trovati nonostante questo sul territorio del nostro paese potranno essere puniti con la reclusione da uno a sei mesi e con un’ammenda da 200 a 2000 euro.

L'operazione, presentata dalla Questura come necessaria per preservare la salute non solo dei Rom ma di tutta la cittadinanza e prevenire la microcriminalità solleva però alcuni dubbi: per quale motivo un'iniziativa volta alla tutela della salute pubblica è stata portata a termine attraverso l'intervento delle forze dell'ordine e non – come succede solitamente – dal personale dei servizi sociali del comune di Trento e dai sanitari dell'Azienda provinciale per i servizi sanitari? Perché al termine dell'operazione 40 persone sono state identificate e 27 di esse hanno ricevuto un'ordinanza di allontanamento? Quale efficacia può avere un'operazione volta a risolvere un potenziale problema di salute pubblica condotta con l'intervento della Polizia di Stato e conclusasi con severe misure repressive?

Rispondere a queste domande riveste una certa importanza, dal momento che la recrudescenza dell'infezione da Tbc (che colpisce al 50% italiani e stranieri) desta allarme nelle istituzioni sanitarie e l'operazione svolta dalla polizia mercoledì scorso appare assolutamente inedita a livello nazionale, rappresentando un significativo precedente. In questo articolo si cercherà di ricostruire i contorni della vicenda grazie a fonti ben informate e alla presenza diretta sul luogo dell'operazione, unico giornalista testimone dei fatti.

Il precedente

Tutto ha inizio qualche settimana fa, quando all'Ospedale S. Chiara di Trento arriva un Rom al quale i medici diagnosticano la Tbc. L'uomo viene curato per due settimane, poi se ne va, probabilmente ritorna in Romania, ma intanto il caso di tubercolosi – come succede per tutte le malattie epidemiche contagiose – viene segnalato all'Azienda sanitaria, che si attiva per rintracciare tutti coloro che possono essere venuti a contatto con il malato. Viene trovato il figlio dell'uomo, al quale viene proposto il test per verificare se è stato contagiato dalla malattia, che risulta negativo. 

La notizia giunge a conoscenza della Questura, la quale aveva già intenzione – secondo fonti ben informate – di portare a termine un'operazione di sgombero all'area ex Sloi, che non era però attuabile senza una denuncia del proprietario, dal momento che si tratta di una proprietà privata. In assenza di denuncia si decide allora di porre tutta l'operazione sotto il segno della prevenzione, sanitaria e di sicurezza pubblica.

Sul posto mercoledì scorso l'atmosfera era tranquilla, quasi rilassata, almeno a prima vista: sorrisi sui visi degli assistenti sociali e degli agenti della polizia; indifferenza di chi è abituato ad essere al centro dell'attenzione delle forze dell'ordine di tutta Europa sul viso dei Rom, raggruppati prima di essere portati in questura per essere identificati. 

Nonostante l'evidente intento di tenere il più possibile celata la vicenda, come prova l'orario dell'operazione, tipica da sgombero, sul posto sono arrivati una decina di militanti del centro sociale Bruno, che hanno dato vita a una sorta di improvvisato presidio democratico a garanzia dei diritti dei Rom. Con loro anche Antonio Rapanà, operatore del centro Astalli per i rifugiati politici, noto per il suo impegno a favore dei diritti degli immigrati.

La sostanziale assenza di tensione che si respirava mercoledì scorso solleva una prima domanda: era proprio necessario mobilitare la Polizia di stato per affrontare una questione relativa alla salute? Questo modo di intervenire è quello più efficace per proporre a persone con un retroterra culturale tanto diverso una visita medica e – semmai – una cura contro la Tbc della durata di sei mesi che necessità di continuità e di reciproca fiducia tra istituzioni sanitarie e paziente? 

Colpisce poi il fatto che gli operatori dell'Unità di strada, il cui compito è dare assistenza a bassa soglia a persone in difficoltà e che hanno spesso avuto a che fare con i Rom accampati all'ex Sloi, non erano stati avvertiti dell'operazione e non erano dunque presenti sul posto. “Conosco e apprezzo il lavoro dell'Unità di strada – spiega il Questore di Trento Giorgio Iacobone – ma mi pare che si occupino soprattutto del problema della tossicodipendenza”.

Il coordinatore Christian Gatti spiega di avere troppi pochi elementi per valutare la bontà dell'operazione di mercoledì scorso ma alla domanda se all'Unità di strada sia mai successo di intervenire congiuntamente alle forze di polizia dice: “Di solito il nostro intervento si svolge prima”.

Andrea Galli, medico di strada e volontario del Naga di Milano, associazione di volontariato nata nel 1987 e volta a promuovere e tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri e di Rom e Sinti, abituato a lavorare nei campi nomadi del capoluogo lombardo e a confrontarsi con i problemi sanitari di Rome e Sinti spiega: “Arrivare con la Polizia di Stato in un campo nomadi non aiuta certo a costruire un rapporto di fiducia con coloro ai quali si deve proporre una cura”. Il medico milanese sottolinea anche di non aver mai avuto in precedenza notizia di operazioni di questo tipo portate a termine dalla Polizia di Stato: “Di solito qui a Milano sono svolte da personale sanitario accompagnato da assistenti sociali e dai vigili urbani, che rappresentano il Comune”. E Milano – insieme a Roma – è la città in cui si riscontra ogni anno il maggior numero di casi di tubercolosi.

Tra l'altro i Rom dell'area ex Sloi non sono degli sconosciuti e i Servizi sociali hanno altre volte organizzato degli interventi senza il coinvolgimento delle forze dell'ordine. Antonio Rapanà, presente sul posto durante l'operazione non ha dubbi sulla sua natura: “L’azione di prevenzione sanitaria, che mai prevede la mobilitazione delle forze dell’ordine, era in realtà il pretesto per mascherare l’ennesima operazione di controllo del territorio - certamente concordata con le autorità di governo della città - con accompagnamento ed accertamenti in Questura da concludere con l’adozione di provvedimenti di allontanamento.”

La selezione e gli accertamenti

Anche dal punto di vista sanitario l'intervento di mercoledì scorso solleva molti dubbi. Secondo quali criteri sono stati individuati i nove Rom poi convinti a recarsi in ospedale per sottoporsi agli esami? Spiega il Questore: “Le persone accompagnate in ospedale sono quelle che hanno dichiarato al momento dell'operazione di essere state a contatto con il malato”.  Se così fosse, significherebbe che l'individuazione dei soggetti da visitare non ha seguito il protocollo stabilito dal Ministero della Salute, spiegato dall'Azienda sanitaria provinciale in un documento rintracciabile sul suo sito web: “Se trattasi di una forma polmonare contagiosa, l’Azienda Sanitaria rintraccia le persone che sono state a contatto stretto con il malato (familiari, conviventi, colleghi di ufficio, compagni di scuola, ecc) per accertare, mediante dei test, se vi è stata trasmissione dell’infezione; il test più frequentemente usato è il test cutaneo tubercolinico di Mantoux.” Questo consiste in un'iniezione intradermica sull’avambraccio di una piccola quantità di tubercolina. Dopo circa 72 ore viene eseguita la lettura del test da parte di personale sanitario e soltanto in caso di test positivo il paziente viene sottoposto a ulteriori analisi, tra cui quella radiologica, che presenta comunque un certo grado di invasività. 

Il test di Mantoux, però, non è stato svolto: per quale motivo? “Il dubbio – spiega una fonte medica bene informata – è che le forze dell'ordine non cercassero di stabilire veramente chi potesse essere stato contagiato, ma solo chi era infettivo, mettendo così in evidenza non una preoccupazione per lo stato di salute dei Rom, ma soltanto la necessità di escludere le possibilità del  contagio”. La positività al test di Mantoux rende certa l'avvenuta trasmissione dell’infezione tubercolare e impone successivi test, così come un eventuale intervento terapeutico, ma non determina se l'infezione è nello stadio contagioso, cioè trasmissibile ad altre persone. Questo significa che tra le nove persone visitate – e anche tra gli altri Rom identificati - è possibile (e probabile) che ve ne fossero altre contagiate dall'infezione che però non era a uno stadio tale da venire identificata attraverso una radiografia. Anche nei loro confronti i medici avrebbero quindi dovuto valutare la necessità di una presa in cura. Ma così non è stato.

Inoltre, secondo quanto stabilito dal Ministero della Salute nelle sue Linee guida per il controllo della malattia tubercolare, “È molto importante utilizzare il verificarsi di un caso per incidere in situazioni particolarmente difficili; la ricerca attiva dell'infezione, pertanto, va estesa anche ai contatti non stretti, se questi ultimi appartengono a gruppi a rischio che hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari”. Quindi, restando nell'ottica della prevenzione di una possibile diffusione dell'infezione, il test di Mantoux avrebbe dovuto essere proposto a tutti i Rom presenti al momento dell'operazione.

Altro aspetto sul quale riflettere relativo al “blitz” condotto mercoledì scorso e sottolineato dalla nostra fonte sta nel fatto che con tutta probabilità gli organizzatori dell'operazione avevano escluso di trovare qualcuno di effettivamente contagioso. I malati infetti e contagiosi richiedono infatti particolari accorgimenti per la loro ospedalizzazione: devono essere posti in stanza singola e in isolamento respiratorio. 

E' quindi probabile che sarebbe stato molto difficile convincere eventuali malati contagiosi rilevati tra i Rom visitati a sottoporsi alle cure,  rendendo necessario il ricorso al Tso (Trattamento sanitario obbligatorio), che comporta che l'ammalato venga piantonato per almeno le due settimane necessarie ad eseguire la prima parte della terapia, della durata totale di sei mesi, con il rischio che una interruzione prematura delle cure possa dare vita a ceppi di Tbc ancora più forti e resistenti ai medicamenti

Le strutture sanitarie e le forze dell'ordine erano pronte all'eventualità che vi fossero magari due, tre malati in questa condizione da sorvegliare per due settimane 24 ore su 24? Su questo la nostra fonte esprime seri dubbi e giunge anch'essa alla conclusione che – in realtà – la minaccia di una potenziale diffusione di Tbc non fosse che una scusa per nascondere uno sgombero vero e proprio.
In effetti tra i Rom accompagnati in Ospedale per il test radiologico una donna è risultata affetta dalla malattia. Le è stato quindi chiesto di rimanere in ospedale per  ulteriori accertamenti, cosa alla quale lei si è opposta, chiedendo di potersene andare. 

A quel punto i toni si sono accessi e alcuni testimoni parlano di un'aggressione verbale da parte di un agente della polizia nei confronti della Rom, circostanza negata dal capo della squadra mobile Roberto Giacomelli, coordinatore dell'operazione, che ha dichiarato: “Non mi risulta nulla del genere, si è cercato invece di convincere la donna”. La Rom è stata quindi sottoposta a un'ulteriore analisi, quella del catarro, per stabilire se la malattia era a uno stadio infettivo, ma in questo caso l'esito è stato negativo e la donna è stata quindi lasciata andare via, ben sapendo che difficilmente si sarebbe sottoposta alla cura. 

Assenti in Ospedale gli assistenti sociali del Comune, presenti solo all'area ex Sloi: Forse il loro intervento per convincere e rassicurare le persone portate in ospedale sarebbe stato importante, anche per dare seguito all'intervento del Comune su questa questione.

Gli allontanamenti

Nel corso dell'operazione di mercoledì il capo della squadra mobile Giacomelli rassicurava i presenti sul carattere non repressivo dell'azione della polizia, cercando di sdrammatizzare. Richiesto di spiegare i motivi del trasferimento dei Rom in questura per essere identificati e se essi si fossero resi colpevoli di un qualche reato, Giacomelli spiegava trattarsi di una normale procedura non legata ad infrazioni di legge di alcun tipo: “Così cominciamo a conoscerli”. Secondo quanto detto dal capo della squadra mobile, gli identificati sarebbero stati subito rilasciati e avrebbero potuto tornare sull'area ex Sloi se lo avessero voluto, cosa che si è rivelata solo in parte vera, dal momento che 27 di loro hanno ricevuto un'ordinanza di allontanamento, che impone loro di lasciare l'Italia.
Nessun reato, quindi. E allora perché la polizia ha bisogno di “conoscere” questi Rom (tra l'altro cittadini europei) e perché alcuni dei Rom identificati hanno ricevuto un'ordinanza di allontanamento? In che modo l'identificazione e il successivo allontanamento erano legati all'obiettivo primario conclamato dell'operazione, cioè quello di curare le persone malate e di prevenire un possibile problema di salute pubblica?

Il Questore di Trento, Giorgio Iacobone, difende questa scelta, motivandola con il ruolo di prevenzione che compete alla Questura e alla Polizia di Stato, sia sul piano della salute pubblica, sia su quello della sicurezza. Iacobone si è detto preoccupato non solo della presenza di un possibile focolaio di Tbc, ma anche della possibilità che la presenza dei Rom possa portare a un aumento della microcriminalità e che dietro ad essi – impegnati quotidianamente a chiedere la carità in città – vi siano organizzazioni criminali che controllano la raccolta del danaro e gestiscano il loro arrivo in Italia. Alla domanda se si tratti – in quest'ultimo caso – di un sospetto o di una certezza, il Questore ammette di non avere prove ma aggiunge: “Proprio per questo è necessario conoscere chi sono queste persone, che cosa fanno e dove finisce il danaro che raccolgono”. 

Iacobone lancia anche un appello a non fare la carità ai Rom presenti a Trento e sottolinea la sua preoccupazione per persone che paiono refrattarie a qualsiasi tentativo di intervento dei servizi sociali. Eppure chiedere la carità non è un reato e – anche ammesso che dietro ai Rom vi siano organizzazioni criminali – appare dubbio che misure repressive come quelle dell'allontanamento, che colpiscono solo le vittime di un presunto racket, possano avere qualche efficacia ed equità. 

Così, se un'intervento era sicuramente auspicabile (ma non certamente da parte della polizia e con ben altri presupposti sanitari), le argomentazioni fornite per giustificare i provvedimenti repressivi contro i Rom paiono piuttosto fumose e la presenza di possibili casi di Tbc suonano più come una scusa per giustificare un intervento preparato da tempo.

Anche l'identificazione dei Rom in quanto gruppo come possibile fonte di contagio, sia di malattie sia di microcriminalità, risponde a quei meccanismi discriminatori ben descritti dalle scienze sociali: gli “zingari”, i nomadi, vengono presentati come soggetto alieno, portatore di disordine che va espulso dalla “comunità”. 

Ma uno sgombero e un provvedimento di allontanamento non fanno che occultare un problema che riemergerà, ancora e ancora. Difficilmente infatti le persone colpite dal provvedimento di allontanamento se ne andranno: con tutta probabilità ritorneranno all'ex Sloi e continueranno a fare la carità in città, solo ancora un po' più deboli di prima. Fino alla prossima “operazione”.

Quello che è certo è che la commistione tra intervento per cause di salute pubblica e intervento repressivo è negativa allo scopo di un buon successo della prima: quale fiducia nel personale sanitario e negli assistenti sociali possono avere i Rom se questi sbarcano tra le loro baracche accompagnati da poliziotti in borghese? Così, prima di lamentarsi della sostanziale refrattarietà di queste persone agli interventi proposti dai servizi sociali, sarebbe forse utile interrogarsi sulle modalità con le quali questi interventi vengono portati a termine. 

In questo senso la scelta del Comune, attraverso i suoi Servizi sociali, di avallare un'operazione repressiva della polizia mascherata da intervento sanitario è assolutamente criticabile e pericolosa, perché rischia di depotenziare l'efficacia dei servizi stessi, ai quali ci si deve poter rivolgere senza paura di eventuali ripercussioni dal punto di vista legale.

Questo vale anche per le autorità sanitarie e il loro personale, che hanno l'obbligo di fornire a tutti i malati o potenziali tali il massimo delle opportunità di cura e per farlo devono cercare di costruire un rapporto di fiducia con i propri pazienti, che di certo mercoledì scorso ha ricevuto un duro colpo. 

Ma – forse – quello che colpisce di più in questa vicenda è che le esigenze sanitarie dei 40 Rom al centro dell'operazione probabilmente interessavano a pochi. In fondo si tratta pur sempre di zingari, i più miseri, denigrati, discriminati, nostri concittadini europei.

La conclusione alla quale giunge Antonio Rapanà, operatore del centro Astalli per i rifugiati politici e tra i pochi presenti all'operazione di mercoledì scorso apre alla necessità di un diverso modo di intendere la sicurezza: “Se è vero che non ci sono risposte semplici né soluzioni certe alla domanda di sicurezza che viene dalla comunità, proprio per questo la strategia per la città sicura - che «si-cura» - deve essere finalmente riportata al centro di uno spazio pubblico di analisi e di discussione collettiva che non si arrenda alle facili e fallimentari suggestioni del pensiero unico che riduce la questione complessa della sicurezza urbana a mero problema di ordine pubblico.”    

L'autore. Mattia Pelli 

Giornalista professionista, ha lavorato per Radio Dolomiti e per il quotidiano "l’Adige" di Trento. Laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna è ricercatore presso la Fondazione Museo Storico del Trentino e collabora con la Fondazione Pellegrini Canevascini  di Bellinzona. Ha pubblicato nel 2005 il volume "Dentro le montagne: cantieri idroelettrici, condizione operaia e attività sindacale in Trentino negli anni cinquanta del Novecento".

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