Lunedì, 15 Luglio 2024
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Le Dolomiti: dall’età del bronzo alla cura del ferro

La possibilità di tutelare la storia del territorio alpino dipende dalle scelte urbanistiche e della mobilità. Il messaggio arriva dalla seconda sessione di lavori del Forum organizzato da Greenaccord a Trento, in collaborazione con l'Arcidiocesi e la Provincia autonoma

Le alpi, barriere naturali per il nostro Paese ma anche crocevia di popoli, hanno incantato e tolto il respiro. E ancora continuano a farlo. Sono una delle catene montuose più alte e più estese del mondo dove vivono più di 14 milioni di persone. Questo non li rende del certo immuni agli effetti dei cambiamenti climatici e dell’urbanizzazione. Ed è proprio su questo ultimo punto che sui è centrata la seconda sessione dei lavori del X Forum dell’Informazione cattolica per la Salvaguardia del Creato dal titolo “le vie di comunicazione montane e nelle Dolomiti” che si è svolta il 28 giugno scorso. Come continuare a vivere i territori alpini nel massimo rispetto di questo ambiente? E’ stata questa la domanda a cui in questa sessione mattutina di lavori si è cercato di dare delle risposte. Il tutto partendo dalla conoscenza di questo ecosistema attraverso un ideale viaggio del tempo che ha coinvolto i cento giornalisti presente al Forum.


 

Ed è stata Ester Cason Angelini, consigliere della Fondazione Angelini – Centro Studi sulla Montagna di Belluno ha raccontare della nascita delle vecchie vie di comunicazione che hanno fatto delle Alpi uno straordinario luogo di incontro delle popolazioni che si sono succedute nel corso del tempo: «uno sguardo sui valichi alpini principali permettono di dire che nelle Alpi occidentali e centrali la frequentazione è documentata fin da tempi antichissimi, come nel caso del Gran San Bernardo. Nelle Alpi orientali e nelle Dolomiti le tracce dei passaggi riportano addirittura all’età preistorica-protostorica per ragioni di caccia (l’Uomo di Similaun era di 5500 anni fa) e i primi insediamenti nei valichi di Monte Croce Comelico e Carnico, successivamente attraversati da imperatori e re con relativi eserciti e cortigiani già in epoca romana e carolingia. Nel Medioevo e primo Rinascimento ondate di pellegrini e mercanti percorrevano gli stessi itinerari individuati nell’antichità, per arrivare a Roma, Venezia e negli altri Luoghi Santi o negli empori e nei porti. Fondamentali i ponti per attraversare i fiumi. Il sistema di comunicazione stradale era funzionale al collegamento fra ospizi e santuari. Celebri e frequentatissime la Via Regia o Via di Alemagna».


 

Si è passati poi a parlare degli effetti negativi che può portare un’urbanizzazione spietata e fatta senza un criterio di sostenibilità ambientale; effetti che possono portare alla distruzione di questo inestimabile tesoro paesaggistico. In tal senso, l’attenzione al tipo di architettura utilizzata per gli insediamenti umani riveste un ruolo centrale. Ma l’analisi degli esperti è purtroppo impietosa: «Il patrimonio edilizio realizzato a partire dagli Anni 60 non rispetta affatto il paesaggio alpino» denuncia Annibale Salsa, presidente del Comitato scientifico dell’Accademia della Montagna del Trentino. «Il fenomeno delle seconde case e dei grandi condomini ha alterato profondamente il delicato equilibrio di questi ecosistemi, colonizzando la montagna con modelli metropolitano-urbani».

La richiesta degli esperti è quindi di invertire decisamente la rotta: «Bisogna intervenire in un recupero intelligente della tradizione – prosegue Salsa - coniugandola con l’innovazione. Nuovi materiali, nuove idee, nuove forme che siano in grado di dialogare con il territorio. Quando c’è una frattura di questo dialogo non c’è più paesaggio. Per fortuna esistono casi di buone pratiche: il Trentino sta sicuramente percorrendo questa strada, grazie alla ricerca e allo studio di realtà come la Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio istituita dalla Provincia autonoma». Ma a questo problema si lega anche un altro aspetto molto importante: quello della mobilità. Attualmente, viene spiegato durante il Forum, questo è troppo sbilanciato in favore delle auto e del mezzo privato e bisogna quindi che venga ripensato in un’ottica più sostenibile.

Secondo Witti Mitterer, architetto dell’università di Innsbruck e cofondatrice della rivista Bioarchitettura, bisogna puntare sulla cura del ferro: «Il sistema di mobilità è un fattore centrale perché consente di approcciarsi in modo corretto a luoghi sensibili dal punto di vista ambientale, che risentono negativamente dell’eccessiva pressione turistica. Sarebbe prioritario avere un sistema ferroviario adeguato, soprattutto in combinazione con un altrettanto avanzato sistema di funivie». Basti pensare che proprio nelle Dolomiti è stata inventata la prima funivia (quella del Colle – anno 1909 - che da Bolzano risale le pendici del Monte Pozza). «Nel 1867 le reti di ferrovie coprivano tutta l’asse Nord-Sud che collegava Verona con la Baviera e il Nord Europa, afferma la Mitterer. Dismetterle è stato un errore madornale, soprattutto se valutiamo i problemi di traffico che colpisce le principali valli trentine e altoatesine nei periodi di alta stagione, invernali ed estivi. Quelle ferrovie, che funzionavano perfettamente in passato, oggi potrebbero risolvere il problema». Guardare alle buone pratiche che nel territorio si stanno portando avanti è quindi un ottimo investimento: «A Campo Tures, in Valle Aurina – rivela Mitterer - si sta facendo uno studio di fattibilità per riattivare una tratta aperta nel 1908 e dismessa negli Anni 70».

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