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Pubblico impiego, Trentino ancora senza rinnovo: "Gli unici in Italia"

Il dibattito in consiglio regionale. L'opposizione: "Prima volta nella storia della Pat"

C'è anche il tema del rinnovo dei dipendenti del pubblico impiego sul tavolo del consiglio provinciale, la cui seduta è cominciata con il question time nella mattinata di martedì 9. Un tema ancora più caldo dopo che nel bilancio provinciale è stato ufficializzato che le trattative riprenderanno a partire dal 2022, dunque "saltando" il triennio in corso. Una scelta che il presidente Maurizio Fugatti (che ha definito il rinnovo "dovuto e doveroso", salvo poi prendersi del "bugiardo seriale" dai sindacati che hanno parlato di "mancetta") ha giustificato con la straordinarietà vissuta dall'inizio della pandemia in poi.

Insomma, se ne riparlerà dal prossimo anno, grazie soprattutto ai fondi in arrivo dal nuovo accordo con Roma, che garantirà entrate extra nelle casse provinciali. La giunta ha provato a correre ai ripari con un riconoscimento una tantum. L'aumento del 4,1% dei contratti del pubblico impiego partirà dunque dal prossimo anno. Per il triennio che si sta concludendo, infatti, sanitari, insegnanti, dipendenti provinciali e comunali (in tutto circa 35mila persone) dovranno accontentarsi della vacanza contrattuale dello 0,7% e di una tantum.

"I tabellari non vengono aumentati per la prima volta nella storia della Provincia, contrariamente a quanto avviene nel resto del paese e prendendo in giro 35mila lavoratori" attacca l'esponente di Futura Paolo Zanella, dopo l'esposizione dell'assessore provinciale Mattia Gottardi. Sulla stessa linea anche la capogruppo in consiglio del Pd, Sara Ferrari.

"Niente aumento delle retribuzioni tabellari, il che significa che per la prima volta nella storia della Provincia si perde un giro di adeguamento contrattuale, unici in tutto il Paese. E lo si fa abdicando alle prerogative statutarie e in violazione della normativa provinciale che prevede il rinnovo triennale" continuano gli esponenti della minoranza, secondo cui "nonostante abbia ottenuto 120 milioni dallo Stato, il Presidente sceglie di non adeguare gli stipendi e quindi il potere d'acquisto di 35.000 dipendenti e delle loro famiglie, rimangiandosi la parola data ai lavoratori pubblici".

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