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Dal vitalizio al Tfr: cosa spetta ai parlamentari uscenti

Nonostante la fine anticipata della legislatura, deputati e senatori avranno diritto alla pensione e all'assegno di fine mandato

È tempo di bilanci per deputati e senatori, con le Camere sciolte e con le elezioni politiche del 25 settembre. La riduzione del numero dei parlamentari, che nel complesso passeranno da 945 a 600, rende improbabile per molti una rielezione. Dopo le politiche di settembre, infatti, quelle che si riuniranno saranno due Camere inedite, "dimagrite" di circa il 30 per cento dei parlamentari, per effetto della riforma costituzionale varata nel 2020: il numero di deputati passa da 630 a 400 e quello dei senatori eletti da 315 a 200, più i cinque senatori a vita.

Senatori e deputati, però, avranno diritto alla pensione e all'assegno di fine mandato anche con una legislatura conclusasi in anticipo, come spiega Today.

La normativa vigente prevede che i parlamentari al primo mandato abbiano diritto alla pensione dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di legislatura. Dato che questo termine verrà raggiunto sabato 24 settembre e che per allora l'attuale Parlamento sarà ancora in carica (il nuovo, infatti, con le elezioni fissate al 25, si insedierà probabilmente soltanto per metà ottobre), parte degli attuali deputati e senatori potrà beneficiare del trattamento pensionistico (come avevamo spiegato qui). Una circostanza che, in particolare, interesserà la gran parte delle due Camere, visto che i parlamentari di nuova nomina erano 427 su 630 alla Camera dei deputati (il 68 per cento) e 234 su 315 al Senato (il 73 per cento).

Dalla pensione al Tfr dei parlamentari

Come funziona la pensione di un parlamentare? Il trattamento da parte dell'Inps è previsto solo al compimento dei 65 anni di età ed è, soprattutto, di tipo contributivo, grazie alla riforma del 1° gennaio 2012 che ha uniformato il trattamento di deputati e senatori a quello del personale della pubblica amministrazione. Si tratta di un provvedimento varato dal governo guidato dall'allora presidente del Consiglio Mario Monti. Un cambiamento radicale rispetto al passato, quando spesso la pensione maturava anche dopo un solo giorno di legislatura, con calcoli che garantivano una somma molto superiore rispetto ai contributi versati. Era il sistema che ha dato vita al termine "vitalizio", ma oggi non esiste più.

Oggi il requisito anagrafico per un parlamentare rieletto diminuisce di un anno fino al minimo inderogabile di 60 anni per ogni anno di mandato oltre il quinto. E poi c'è anche l'assegno di fine mandato: ciascun parlamentare versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota della propria indennità lorda pari a 784,14 euro.

Al termine dell'incarico, il deputato o il senatore riceve un assegno di fine mandato, molto simile a un comune Tfr, pari all'80 per cento dell’importo mensile lordo dell'indennità, per ogni anno in cui è effettivamente rimasto in carica (non vengono considerati periodi inferiori ai sei mesi). Il loro assegno, in sostanza, farà riferimento agli effettivi quattro anni e sei mesi in cui sono rimasti in carica e si attesterà all'incirca sui 50mila euro.

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