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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Economia

Assegno di invalidità solo a chi non lavora: svolta dell'Inps

D'ora in poi sarà riconosciuto solo a chi non lavora, anche se si tratta di lavoretti di poche ore a settimana. Protestano le associazioni e i sindacati: "Colpiti i più fragili"

Niente assegno di invalidità per le persone che lavorano, a confermarlo è l'Inps. Come spiega Today, il diritto all’assegno mensile di invalidità da ora in poi sarà riconosciuto solo a chi non lavora, anche se si tratta di lavoretti di poche ore a settimana. Con una nuova circolare l’Inps si è infatti espresso sul requisito di inattività lavorativa, necessario per l’ottenimento dell’assegno mensile d’invalidità, sollevando una scia di polemiche e rimostranze da parte di moltissime associazioni rappresentanti del mondo della disabilità e dei malati rari.

Lavoro e assegno di invalidità: cosa cambia

I fatti: l'Inps si è di fatto uniformato al recente orientamento della Corte di Cassazione secondo cui "il mancato svolgimento dell’attività lavorativa di cui all’articolo 13 della legge n.118/1971, integra non già una mera condizione di erogabilità della prestazione ma, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio".

L'assegno mensile d’invalidità è concesso a carico dello Stato ed è erogato dall’INPS per gli invalidi civili nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74%, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste (articolo 13 della legge n. 118/1971 così come modificato dall’articolo 1 della legge n. 247/2007). Il diritto all’assegno è riconosciuto alle persone di età compresa tra i 18 e i 67 anni.  

Fino a oggi però l’interpretazione era stata estensiva, permettendo quindi di accedere al supporto economico anche a chi svolgeva un’attività lavorativa minima, a condizione che fosse iscritto alle liste del collocamento mirato.  Si potevano svolgere piccoli lavori, entro il limite di 4.931 euro annui  (400 euro mensili al massimo) senza perdere l’assegno (ai sensi della Circolare n° 148 del 18-12-2020). Tutto ciò non sarà più possibile adesso. L'istituto ha precisato che il diritto all’assegno mensile di invalidità è riconosciuto solo a chi non svolge alcuna attività lavorativa, non riconoscendo l’assegno mensile a chi produce un reddito, seppur minimo (sentenze Cassazione nn. 17388/2018 e 18926/2019).

L'equivoco normativo proseguiva da cinquant’anni. Dalla legge 118 del 1971 che all’articolo 13 stabilisce quanto segue: l’assegno è dovuto solo in caso di soggetti invalidi "incollocati al lavoro", ovvero iscritti nelle liste speciali di collocamento, e "per il tempo in cui tale condizione sussiste". La legge 247 del 2007 cambia la norma e sostituisce "incollocati" con un più esplicito "che non svolgono attività lavorativa". Ma la convivenza tra lavoretto e assegno c’è sempre stata.

Nel testo della nuova circolare si legge chiaramente che l’istituto "a partire dal 14 ottobre 2021 liquiderà l’assegno mensile di assistenza, in presenza di tutti i requisiti previsti dalla legge, soltanto nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario".

Protestano associazioni e sindacati

C'è chi dice no. "La precisazione dell’Inps - commenta lo Sportello Legale dell'Osservatorio Malattie Rare - non tiene assolutamente conto che lo svolgimento di un’attività lavorativa, seppur minima, per una persona invalida, rappresenta un modo per socializzare più che una modalità di sostentamento e che ora, probabilmente, in molti sceglieranno la via dell’isolamento a discapito di quella dell’inclusione, onde evitare di perdere quel minimo di aiuto quale è l’assegno mensile di invalidità".

"Una decisione molto grave che colpisce i più fragili che hanno già pagato un prezzo alto in pandemia", dicono Ezio Cigna e Nina Daita, responsabili Cgil per le politiche della previdenza e della disabilità. "Le attività di queste persone sono attività terapeutiche o formative e con piccoli compensi, che difficilmente superano il tetto previsto. Togliere l’assegno di invalidità alle famiglie è un atto ingiusto".

La sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra (Leu) spiega che "si tratta di una situazione inaccettabile per più di una ragione", che rischia di comportare "il confinamento nella solitudine dell’inattività, la condanna a una povertà solo in parte alleviata dall’indennità e la rinuncia a ogni tipo di indipendenza economica".  Si valuterà quindi se intervenire immediatamente "per correggere l’equivoco creato dalla norma del 1971 e ripristinare la compatibilità sino ad ora ammessa" conclude Guerra. Ma i tempi non sono definiti.

Per chi lavora, niente assegno di invalidità. Piccola svolta confermata dall'Inps. Il diritto all’assegno mensile di invalidità da ora in poi sarà riconosciuto solo a chi non lavora, anche se si tratta di lavoretti di poche ore a settimana. Con una nuova circolare l’Inps si è infatti espresso sul requisito di inattività lavorativa, necessario per l’ottenimento dell’assegno mensile d’invalidità, sollevando una scia di polemiche e rimostranze da parte di moltissime associazioni rappresentanti del mondo della disabilità e dei malati rari.

Lavoro e assegno di invalidità: cosa cambia

I fatti: l'Inps si è di fatto uniformato al recente orientamento della Corte di Cassazione secondo cui "il mancato svolgimento dell’attività lavorativa di cui all’articolo 13 della legge n.118/1971, integra non già una mera condizione di erogabilità della prestazione ma, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio".

L'assegno mensile d’invalidità è concesso a carico dello Stato ed è erogato dall’INPS per gli invalidi civili nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74%, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste (articolo 13 della legge n. 118/1971 così come modificato dall’articolo 1 della legge n. 247/2007). Il diritto all’assegno è riconosciuto alle persone di età compresa tra i 18 e i 67 anni.  

Fino a oggi però l’interpretazione era stata estensiva, permettendo quindi di accedere al supporto economico anche a chi svolgeva un’attività lavorativa minima, a condizione che fosse iscritto alle liste del collocamento mirato.  Si potevano svolgere piccoli lavori, entro il limite di 4.931 euro annui  (400 euro mensili al massimo) senza perdere l’assegno (ai sensi della Circolare n° 148 del 18-12-2020). Tutto ciò non sarà più possibile adesso. L'istituto ha precisato che il diritto all’assegno mensile di invalidità è riconosciuto solo a chi non svolge alcuna attività lavorativa, non riconoscendo l’assegno mensile a chi produce un reddito, seppur minimo (sentenze Cassazione nn. 17388/2018 e 18926/2019).

L'equivoco normativo proseguiva da cinquant’anni. Dalla legge 118 del 1971 che all’articolo 13 stabilisce quanto segue: l’assegno è dovuto solo in caso di soggetti invalidi "incollocati al lavoro", ovvero iscritti nelle liste speciali di collocamento, e "per il tempo in cui tale condizione sussiste". La legge 247 del 2007 cambia la norma e sostituisce "incollocati" con un più esplicito "che non svolgono attività lavorativa". Ma la convivenza tra lavoretto e assegno c’è sempre stata.

Nel testo della nuova circolare si legge chiaramente che l’istituto "a partire dal 14 ottobre 2021 liquiderà l’assegno mensile di assistenza, in presenza di tutti i requisiti previsti dalla legge, soltanto nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario".

Protestano associazioni e sindacati

C'è chi dice no. "La precisazione dell’Inps - commenta lo Sportello Legale dell'Osservatorio Malattie Rare - non tiene assolutamente conto che lo svolgimento di un’attività lavorativa, seppur minima, per una persona invalida, rappresenta un modo per socializzare più che una modalità di sostentamento e che ora, probabilmente, in molti sceglieranno la via dell’isolamento a discapito di quella dell’inclusione, onde evitare di perdere quel minimo di aiuto quale è l’assegno mensile di invalidità".

"Una decisione molto grave che colpisce i più fragili che hanno già pagato un prezzo alto in pandemia", dicono Ezio Cigna e Nina Daita, responsabili Cgil per le politiche della previdenza e della disabilità. "Le attività di queste persone sono attività terapeutiche o formative e con piccoli compensi, che difficilmente superano il tetto previsto. Togliere l’assegno di invalidità alle famiglie è un atto ingiusto".

La sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra (Leu) spiega che "si tratta di una situazione inaccettabile per più di una ragione", che rischia di comportare "il confinamento nella solitudine dell’inattività, la condanna a una povertà solo in parte alleviata dall’indennità e la rinuncia a ogni tipo di indipendenza economica".  Si valuterà quindi se intervenire immediatamente "per correggere l’equivoco creato dalla norma del 1971 e ripristinare la compatibilità sino ad ora ammessa" conclude Guerra. Ma i tempi non sono definiti.

Fonte: Today.it

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