Coronavirus, il racconto di un'infermiera trentina: "Bello essere chiamati angeli, chissà se lo siamo"

Il racconto straziante di chi, in prima linea, diventa l'unico contatto tra il malato ed il mondo esterno, fino alla fine

Turni di 12 ore, riposi annullati, e situazioni ad alto impatto emotivo. Un confronto costante con la fragilità della vita. E' questo ciò che vive quotidianamente chi si è ritrovato improvvisamente in prima linea in questa emergenza sanitaria. E' quanto emerge dal racconto di una "giornata tipo" fatto da un'infermiera trentina in una lettera al sindaco, e giornalista, Angelo Zambotti.

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I primo cittadino ha pubblicato su Facebook il testo integrale. Righe che descrivono la situazione negli ospedali, la storia vissuta da decine, centinaia di pazienti. Il dolore dei familiari alla notizia di un decesso che, purtroppo, diventa un numero tra tanti.

Gli infermieri, in questo momento, diventano il ponte che può collegare il malato con il mondo esterno, con la famiglia, con le persone care. "Il medico esce dalla stanza e la signora piange disperata. Mentre è ancora al telefono con il figlio, il figlio piange con lei. Lei ha sempre su di te quello sguardo implorante, come volesse chiederti di fare qualcosa e chiedi di passarle il telefono" scrive l'infermiera in un passaggio.

Una telefonata, quella raccontata nel passaggio precedente, che purtroppo è stata l'ultima: "Ti prende la mano, ti dice grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto. E fai fatica a non piangere. La paziente si spegne. Decidi di uscire e lasciare ai colleghi il resto. E vedi che, come le procedure prevedono, la cospargono di disinfettante, la avvolgono in un lenzuolo e la portano in camera mortuaria. Sola... sola... i suoi effetti personali messi in triplice sacco nero andranno inceneriti".

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Una storia vera, un report scritto da chi vive questa "guerra" tutti i giorni, le uniche persone a stare accanto ai malati di coronavirus. Fino alla fine. Il testo integrale è stato pubblicato su Facebook, clicca qui.

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