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Venerdì, 14 Giugno 2024
Cronaca

Progettavano un attentato terroristico in Trentino, arrestata una coppia 20enne

Erano riusciti a mettere da parte una quantità di sostanza pari a 300 grammi di tritolo

Stavano lavorando alla costruzione di un ordigno da far esplodere in territorio trentino. Una coppia di ventenni nati e cresciuti in Italia, di origini kosovare, è stata fermata a Rovereto dai carabinieri del comando provinciale di Trento.

Marito e moglie, lui 21, lei 18 anni, entrambi incensurati, risultavano perfettamente inseriti, sia a livello di studio sia di lavoro, nel contesto sociale trentino. Ora sono accusati di associazione con finalità di terrorismo, anche internazionale, ed eversione dell’ordine democratico, arruolamento e addestramento.

Il primo contatto da cui è partito il percorso di radicalizzazione - hanno spiegato oggi, venerdì 24 giugno, il procuratore capo della Repubblica di Trento Sandro Raimondi e il comandante del Ros Pasquale Angelosanto - sarebbe avvenuto su Instagram attraverso il contatto con appartenenti allo Stato islamico (Isis). Un rapporto iniziato con apprezzamenti nei confronti dell’attentato di Manchester del 2017 e proseguito per mesi portando a una “radicalizzazione violenta dell’indagato che dopo essersi accostato all’ideologia jihadista è arrivato a giurare fedeltà all’organizzazione”.

Il ragazzo, perito chimico, è così stato addestrato per compiere atti violenti e attentati in Italia. In particolare, stava lavorando alla costruzione di un ordigno esplosivo con acetone, acido citrico, perossido di idrogeno e acido cloridrico. Per la quantità messa da parte era in grado di sintetizzare fino a 400 grammi di sostanza, con una carica esplosiva pari a 300 grammi di tritolo.

Come già avvenuto in passato con altri foreign fighters, dopo aver commesso l’attentato i due sarebbero dovuti partire per la Siria per unirsi in combattimento all’organizzazione terroristica.

Negli ultimi anni dal Kosovo, hanno spiegato questa mattina gli investigatori, sono arrivati oltre 350 foreign fighters. In Italia l’indagine è partita proprio dal monitoraggio di alcune moschee dove i kosovari mostravano una tendenza molto forte alla radicalizzazione dei fedeli. Una delle moschee attenzionate è quella di Monteroni d'Arbia, in provincia di Siena, il cui imam, proveniente dal Kosovo, era lo zio della ragazza arrestata in Trentino.

L’attività investigativa, condotta dai carabinieri del raggruppamento operativo speciale (Ros) con il supporto del comando provinciale di Trento, del gruppo di intervento speciale (Gis) e del raggruppamento investigazioni scientifiche (Ris), risale allo scorso febbraio. Il 15 giugno è scattata l’operazione che tre giorni dopo ha portato il giudice per le indagini preliminari (gip) del tribunale di Rovereto a disporre la misura della custodia cautelare agli arresti domiciliari, con obbligo di braccialetto elettronico, nei confronti del ragazzo. La moglie è stata scarcerata dopo aver parzialmente confessato.

L’obiettivo ora è garantire un percorso di deradicalizzazione della coppia, nel quale avrà un ruolo fondamentale la famiglia di origine, perfettamente integrata nel tessuto sociale italiano.

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