Intimidazioni agli operai e agganci politici: ecco come agiva la 'ndrangheta in Val di Cembra

Il primo investimento nelle cave a fine anni '80 poi la scalata fino alla politica locale e non solo

Il generale dei Ros Pasquale Angelosanto oggi a Trento per la presentazione dell'operazione

Avevano soldi da investire, armi, rappresentanti nelle istituzioni, e perfino un'associazione legalmente riconosciuta. Nel 2005 la cosca 'ndranghetista della Val di Cembra era riuscita a far nominare come "assessore esterno" Giuseppe Battaglia, l'imprenditore giunto in Trentino alla fine degli anni '80, "testa di ponte" per l'arrivo di Innocenzo Macheda, suo conterraneo, riconosciuto a capo della cosca cembrana. Il fratello di Battaglia, Pietro, ha ricoperto ruoli nell'Asuc locale e fu invece eletto consigliere comunale più tardi, nel 2018. Ora anche su quelle elezioni pesa il sospetto del voto di scambio mafioso. C'erano anche le "giovani leve": altri due picciotti, infatti, erano pronti ad entrare in politica. 

Le mani della 'ndrangheta sulle cave

Il quadro che emerge dalla conclusione di due anni di indagini è complesso ma chiaro. Una piccola e ricca comunità (Albiano è stato per anni uno dei primi comuni d'Italia per reddito pro capite) che vive sulle cave di porfido. Un mondo "incontaminato" da assoggettare. Come? Corruzione ed intimidazione, le uniche modalità che la criminalità organizzata conosce per crescere e prosperare. Ed è proprio questo che permette di tirare un filo rosso che collega la "cellula" trentina alla cosca "madre" in Calabria, precisamente nel paese di Cardeto, poco distante da Reggio, dove oggi è scattata un'operazione "gemella" che ha posto in stato di fermo indiziato cinque boss locali.

"Le indagini condotte magistralmente dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri hanno confermato in Trentino uno scenario previsto, prevedibile, ma finora mai consolidato" ha detto il Procuratore capo di Trento Sandro Raimondi, presentando l'operazione "Perfido" alla presenza del Generale dei Ros italiani Pasquale Angelosanto. "E' un lavoro prezioso, esemplare, con sviluppi investigativi che dimostrano non tanto un pericolo diffuso ma una presenza sostanziale della criminalità organizzata in Trentino. Mi auguro che ci siano ulteriori sviluppi".

"Uno scenario prevedibile, finalmente la conferma"

Che lo scenario fosse "prevedibile" era nell'aria da qualche anno. Nel 2016, infatti, la Procura di Trento aveva aperto un'inchiesta dopo l'esposto del consigliere provinciale Filippo Degasperi e dell'allora deputato Riccardo Fraccaro insieme al Coordinamento Lavoro Porfido. Al centro dell'inchiesta erano finite delle presunte imparzialità nelle concessioni delle cave a favore di una delle ditte riconducibili a Pietro Giuseppe Nania ed a Giuseppe Battaglia, ora riconosciuti come elementi di vertice della cosca locale.

"Pensavano che il loro potere non potesse essere intaccato perché basato su piccole piramidi familiari; si sentivano al sicuro poiché, non avendo bisogno di ricorrere apertamente alla violenza di cui sarebbero stati capaci, potevano agire in maniera meno manifesta". Così il generale dei Ros Pasquale Angelosanto ha descritto quanto emerso da due anni di intercettazioni. Un atteggiamento che può rendere l'idea del preciso piano di infiltrazione ed assoggettamento messo in atto dalla cosca.

Sfruttamento del lavoro, infiltrazioni in politica

La violenza, però, veniva usata almeno in un ambito: speculare sul salario dei lavoratori. Gli inquirenti parlano di uno stato di soggezione continuativa, sfruttamento delle prestazioni lavorative, sostanzialmente lavoro sottopagato nei confronti di operai extracomunitari, spesso facilmente ricattabili proprio i quanto stranieri. Violenza, minacce, inganni ed abusi di autorità erano le modalità con le quali gli imprenditori mafiosi riuscivano a rimandare i pagamenti. Almeno un episodio aveva destato particolare scalpore: il pestaggio di un operaio cinese nel dicembre del 2014, picchiato e minacciato con la pistola. L'imputato per quell'episodio fu Mustafà Arafat, cittadino macedone considerato "braccio armato" del gruppo, ora arrestato. Tra i reati contestati ai membri del gruppo c'è anche quello di "riduzione e mantenimento in schiavitù" (art. 600 Codice Penale). 

Sull'altro versante, quello degli agganci nel mondo imprenditoriale e politico ci saranno sicuramente degli ulteriori sviluppi. I tentativi di infiltrazione scoperti dagli inquirenti non riguardano solamente il Comune di Lona Lases. I rapporti con la politica locale ruotano attorno alla figura di Giulio Carini, noto imprenditore trentino, che attraverso cene e promesse di vacanze al mare avrebbe tentato di avvicinarsi a politici di spicco della precedente legislatura provinciale e di enti funzionali della Provincia, così come avrebbe promesso appoggio elettorale in altri comuni.

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La riforma delle concessioni varata proprio nella legislatura Rossi non sarebbe stata particolarmente gradita al gruppo mafioso, tanto che, alle provinciali 2018 Carini si propone di aiutare una lista politica avversaria, quella dell'onorevole Mauro Ottobre (ex Patt), ora indagato per voto di scambio. C'è poi il "volto culturale" ufficiale della cosca, ovvero l'associazione Magna Grecia, legalmente riconosciuta con sede a Trento e presieduta da Giuseppe Pavaglianiti, che avrebbe addirittura organizzato raccolte fondi in aiuto ai familiari di malavitosi calabresi detenuti legati alle cosche di riferimento di Cardeto. Un modo per comprovare la "fiducia" non solo degli affiliati ma anche di "donatori esterni".

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