Martedì, 28 Settembre 2021
Cronaca Centro storico / Piazza Dante

Blitz antidroga: la mafia nigeriana in piazza Dante. Il procuratore: "Tolleranza zero"

I boss, a Verona, erano madre e figlio. I corrieri arrivavano ad ingoiare l'eroina per timore di ritorsioni da parte dei capi. Il procuratore Raimondi parla di criminalità organizzata

Un'organizzazione con spiccata "intelligenza criminale": queste le parole utilizzate dal procuratore di Trento Sandro Raimondi per definire la banda di narcotrafficanti sgominata grazie alle indagini della Questura di Trento e ad una maxioperazione scattata all'alba di martedì 12 gennaio nel capoluogo trentino e nelle vicine città di Verona, Vicenza e Brescia. In manette sono finite 16 persone, compresi i vertici dell'organizzazione criminale: madre e figlio, entrambi con cittadinanza nigeriana e residenti a Verona, dove gestivano un'attività di copertura costituita da un negozio di generi alimentari africani. Il "magazzino" della droga si trovava però nel vicentino e la piazza di spaccio prediletta era quella di Trento. Piazza Dante, per la precisione, luogo noto alle cronache per il quale ora il procuratore ha annunciato "tolleranza zero".

La paura dei capi: i pusher ingoiano la droga

La complessità dell'organizzazione criminale è evidenziata non solo dalla sua ramificazione ma anche da alcuni dettagli emersi nel corso delle indagini, come ad esempio la "fedeltà" nei confronti dei capi dimostrata dai corrieri, disposti ad ingerire la droga a rischio della propria vita pur di non essere scoperti. E' quanto accaduto a metà dicembre proprio a Trento dove un pusher fermato in piazza Dante ha ingoiato 29 dosi di eroina e, una volta fermato e portato in ospedale per controlli, è arrivato a saltare dal secondo piano per tentare la fuga. Pochi giorni dopo un altro pusher, anche in questo caso nigeriano, ha ingoiato alcune dosi di eroina pensando di sfuggire ai controlli del Nucleo Civico della Polizia Locale. 

Il procuratore annuncia "tolleranza zero"

La difficoltà incontrata dagli inquirenti è stata quella di mettere in relazione episodi particolarmente eclatanti avvenuti in città diverse. Nel corso delle indagini è stato anche scoperto che presso il sodalizio esisteva una vera e propria cassa comune da utilizzare per pagare le spese legali agli arrestati. "Gli arresti venivano messi in conto - ha spiegato il procuratore Raimondi - ed è questo uno degli elementi che ci fa capire che questa banda agiva con i metodi della criminalità organizzata, oltre agli atti di autolesionismo messi in atto dai sottoposti per paura dei capi. Si tratta di modalità di azione particolarmente raffinate". Ancora una volta Trento si rivela come città prediletta per lo smercio finale da parte di organizzazioni che operano in altre province. Una situazione che "non può più essere tollerata" ha detto Raimondi, annunciando una campagna di controlli mirati da parte di Procura e Questura.  

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