"il prelievo coatto dei bimbi di salerno mette in luce uno stato incapace"

"L’ennesimo caso di sottrazione violenta (e come potrebbe non esserlo) di due bambini fa notizia. La situazione è simile al caso di Cittadella di un anno fa e, pertanto, sembra che un anno di dibattiti continui e colpi di scena giurisprudenziali non abbiano portato alcun miglioramento in campo minorile (anzi...). Eppure gli strumenti ci sono, ma forse non conviene usarli"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrentoToday

riceviamo e pubblichiamo

"L'ennesimo caso di sottrazione violenta (e come potrebbe non esserlo) di due bambini fa notizia. La situazione è simile al caso di Cittadella di un anno fa e, pertanto, sembra che un anno di dibattiti continui e colpi di scena giurisprudenziali non abbiano portato alcun miglioramento in campo minorile (anzi...).

Eppure gli strumenti ci sono, ma forse non conviene usarli. Cominciamo dai servizi sociali, che non favoriscono e a volte addirittura ostacolano l'attuazione di miglioramenti "all'interno" della famiglia stessa (nonni, parenti stretti), preferendo ricercare assurde e invasive soluzioni "all'esterno" di essa. Eppure nel Rapporto biennale 2011-2012 dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia si afferma che: "Tutte le esperienze mostrano che il capitale sociale costituito dalle relazioni familiari rappresenta un patrimonio che non potrà mai essere rimpiazzato da interventi sostitutivi che mettano in evidenza solo la fragilità e la debolezza delle famiglie".

Le famiglie vanno aiutate, non sostituite!

Per comodità (leggasi negligenza), sovraccarico di lavoro, incapacità o mancanza di strutture si preferisce sempre più spesso ricorrere ad una casa famiglia - ignorando il gravissimo impatto psicologico causato al bambino dall'allontanamento - piuttosto che cercare di mantenere il bambino in famiglia o affidarlo ai nonni o ai parenti. Questa soluzione implica necessariamente un'attività di monitoraggio e assistenza, e presenta tutta una serie di misure complesse che richiedono professionalità e competenza. A questo si aggiungono gli interessi economici delle case famiglia, dato che un bambino vale dai 100 ai 200 euro al giorno per tali strutture (che nascono e prosperano grazie agli allontanamenti).

I nonni e i parenti, il più delle volte, non sanno che non è sufficiente manifestare verbalmente all'assistente sociale la loro disponibilità ad occuparsi del minore, ma che tale volontà deve essere formalizzata presso il giudice. Nel caso specifico, se è stata avviata la procedura di adottabilità è probabile che i nonni e i parenti non abbiano proposto la loro candidatura, dato che per l'adottabilità è necessario lo stato di abbandono. Certamente il giudice lo può dichiarare solo quando tutta la famiglia rifiuta il bambino e i genitori non sono ritenuti validi. Se non si presenta formalmente la propria disponibilità, il bambino viene considerato abbandonato e finisce in adozione.

Il caso di Salerno, così come quello di Cittadella, è emblematico e segna con evidenza una mancanza legislativa che ai più, ormai, appare urgente e grave. Da un lato, c'è una madre accusata di ostacolare in tutti i modi la relazione tra il padre e il figlio, e dall'altro pesanti accuse - tipiche anche queste - di abusi sessuali sui bambini a carico del padre.

Che fare dunque? In effetti non c'è ancora una soluzione, che andrà trovata. Ma ci sono degli strumenti che potrebbero perlomeno disinnescare molte situazioni. In un recente articolo avevo parlato del tintinnio delle manette per chi si macchia del reato di impedimento doloso della cura filiale. Le sanzioni dovrebbero essere progressive ma certe, al fine di disincentivare i comportamenti dolosi. È inoltre indispensabile la certezza della pena per le false denunce strumentali di un coniuge contro l'altro per allontanare i figli dallo stesso. Questa pena dovrebbe essere estesa anche all'avvocato e ai consulenti che avessero consapevolmente sostenuto tale falsa denuncia, cosa certamente difficile da provare ma che dovrebbe entrare a far parte delle normali indagini susseguenti. Dall'altro lato dobbiamo anche tutelare le famiglie dai reali abusi sessuali e maltrattamenti, garantendo alle vere vittime la tutela dei propri diritti.

Ma questo sarebbe il punto di arrivo. Prima ancora di giungere ad un risultato omogeneo per l'intero sistema, occorre una maggiore collaborazione tra i tribunali. Non è possibile, ad esempio, che un marito sia rinviato a giudizio o addirittura condannato, da un lato, e la madre perda la potestà genitoriale dall'altro (casi che ho sperimentato di persona). Ritengo sarebbe preferibile eliminare questa impermeabilità tra i vari tribunali.

Inoltre, il ricorso alle perizie psichiatriche e psicologiche andrebbe quasi completamente eliminato da queste vertenze, riducendolo ad un numero fisiologico e costringendo i magistrati ad una maggiore specializzazione.

Ancora, mentre si attende l'esito delle indagini ci sono dei bambini che soffrono (anche nel caso di affidamento intra-familiare con ampi diritti di visita), ed è quindi necessario agire con rapidità.

A monte di tutto, gli interventi coercitivi dell'autorità e dei tribunali, così invasivi per i bambini, sono frutto di un vuoto legislativo evidente, ossia l'assenza di un reato codificato. Siccome il codice non prevede ancora il reato di impedimento doloso alla cura filiale, non esistono indagini preventive (come quando ci si trova di fronte ad una notitia criminis) né un vero deterrente - costituito dalla pena detentiva - per i genitori malevoli. Lo Stato, pertanto, reagisce con strumenti traumatizzanti come il prelievo coatto, al quale arriva dopo indagini mancanti e/o lacunose dei servizi sociali (non di polizia), e provvedimenti giudiziali solo a volte equilibrati.

Su questi temi, spesso, non è raro vedere associazioni di padri e di madri che litigano tra loro, magari scambiandosi reciproche offese. Le associazioni a tutela di interessi - solo apparentemente contrapposti - dovrebbero invece elevarsi al di sopra di queste beghe meschine (come ad esempio quelle sull'esistenza o meno di una sindrome) e comprendere che il nemico comune è l'inefficienza e la mancanza di professionalità del sistema dei servizi sociali, nonché il tradimento della magistratura che ha abdicato al suo ruolo di garante della giustizia appiattendosi su prassi nate durante il fascismo e sulle relazioni e sulle perizie psicologiche/psichiatriche.

Ci auguriamo che questo nuovo caso, oltre a risolversi positivamente per i due bambini, porti finalmente a una riflessione seria e non scateni la solita battaglia ideologica che ci allontana dalla soluzione. Ogni caso è differente e le situazioni sono complesse e delicate, ma una cosa accomuna questi casi: la sofferenza dei bambini e l'incapacità delle istituzioni di prevenire e risolvere le situazioni di grave conflittualità familiare.

I "cattivi" non sono i genitori conflittuali "ad oltranza", ma i rappresentanti delle istituzioni che hanno permesso il radicamento di questo sistema, non accettano la sfida posta dalla famiglia moderna e si adagiano, ancora oggi, su una scarsa professionalità grazie alla quale, ipocritamente, si pretende di aiutare le famiglie allontanando con la forza i bambini."

Gabriella Maffioletti
Delegata Nazionale Adiantum per i Rapporti con gli Enti Locali

Torna su
TrentoToday è in caricamento