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Cafè de la Paix: "chi vuole farci chiudere non capisce il cambiamento della città"

Nei 10 mesi di apertura sono state 86 le attività realizzate, tutte a basso impatto acustico e chiuse prima di mezzanotte. Non è bastato: ora il Comune ordina lo sgombero del locale alle 23, in prova per sei mesi. I gestori preparano il ricorso e dicono: "non siamo un bar ma non abbiamo nemmeno privilegipubblici, vogliamo far rivivere un pezzo di città"

Riapre dopo la pausa estiva il Cafè de la Paix, e lo fa convocando i giornalisti alle 23, l'ora di sgombero del locale come prevede l'ordinanza del Comune che ha fatto molto discutere ad inizio estate e contro la quale ora i gestori del circolo, con l'avvocato Sara Pinamonti, vogliono fare ricorso presso la Giunta provinciale.


"Vogliamo chiedere a tutte le associazioni che hanno collaborato con noi in questi 10 mesi di apertura e a chiunque sia interessato, di aiutarci per inventare nuovi modi di socializzazione nel pomeriggio, anche al mattino, per dire: noi ci siamo e andiamo avanti" questo l'appello di Francesca Quadrelli presidente dell'associazione Cafè Culture che gestisce il locale. Ha parlato di "quartiere latino" il consigliere provinciale Michele Nardelli, presidente del Forum per la Pace, dal quale partì l'idea di far nascere a Trento un luogo di aggregazione capace di proporre cultura e dibattito: "siamo solo la punta di un iceberg fatto da tantissime realtà che sanno leggere il cambiamento che questa città sta vivendo: siamo vicini a San Martino dove è iniziato un processo che mira a rendere vivo e attrattivo il quartiere, siamo dietro piazza Mostra che va liberata dalle macchine e restituita alla città, che è stata oggetto di uno studio dell'associazione Campomarzio, al Cafè de la Paix sono state ospitate decine di associazioni e iniziative".

Un quartiere, o meglio una strada, via Suffragio, dove appena pochi giorni fa lo stesso provvedimento è stato comunicato all'ex-Stube del Gufo: "siamo in buoni rapporti con i gestori del locale, ma non possiamo portare avanti la battaglia insieme, siamo diversi: loro iniziano a lavorare quando noi chiudiamo". E' proprio su ciò che li differenzia da un comune bar che i gestori del Cafè de la Paix, con quasi 10.000 tesserati, puntano per dimostrare che la loro è una presenza vitale per Trento: sono 86 le attività, tra eventi, incontri, mostre e cene, organizzate nei 10 mesi di apertura. Tutte chiuse alle 23.30, secondo quanto si erano autoimposto i gestori fin da subito. Concerti acustici, dibattiti, degustazioni, insomma eventi acusticamente discreti, ma come si sa, e come si legge nel rapporto della Polizia Municipale, ciò che ha scatenato l'ira di qualche vicino sono le chiacchiere della gente al'esterno.

I problemi erano iniziati pressochè contemporaneamente all'apertura con un esposto e molte telefonate, poi dopo 6 mesi di ripetuti controlli da parte dei vigili, a fine agosto è arrivata l'ordinanza da parte del dirigente comunale di chiusura alle 23, concessa per un periodo di prova di sei mesi. Un provvedimento che è sembrato a molti uno sbilanciamento di forze a favore del vicinato e che il legale del Cafè de la Paix vuole impugnare come "eccesso di potere" da parte della Pubblica Amministrazione. I trenta giorni per presentare ricorso scadono il 20 settembre.

La cosa che salta più agli occhi dell'intera vicenda è che proprio un locale nato dalla volontà di un consigliere provinciale, con finalità di aggregazione sociale e "presidio" di un'area altrimenti lasciata, nella migliore delle ipotesi, vuota sia stato quasi subito bersagliato dallo stesso apparato amministrativo, anche se in questo caso si tratta del Comune di Trento. Chi si sarebbe aspettato una sorta di "protezione" politica attorno al circolo non poteva essere più smentito. Va inoltre ricordato come il Cafè de la Paix non goda di alcun "privilegio", se non alcune agevolazioni fiscali riservate a qualsiasi circolo, da parte dell'ente pubblico. Come tutti i locali deve fare cassa e la chiusura anticipata rappresenta un problema non di poco conto. La volontà politica, se mai c'è stata, di far nascere un piccolo polo culturale per il quartiere e per la città, si è subito scontrata con la "repressione" altrettanto politica in nome della convivenza e della tranquillità. E la battaglia è ancora in corso. 

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