Mafia nigeriana: il capo si faceva chiamare "Iron Boss", spacciatori istruiti via Whatsapp

Blitz all'alba con 35 arresti in tutto il Nord Italia. Gli spacciatori arrivavano a Trento al mattino, potevano guadagnare fino a 8.000 euro al giorno

Si faceva chiamare "Iron Boss" uno dei capi della vasta rete di trafficanti nigeriani smantellata dalla Questura di Trento. Una vera e propria organizzazione criminale con base nelle vicine città di Verona e Vicenza, ramificazioni in tutto il Nord Italia ed a Bari, ed attiva sul "mercato" di piazza Dante a Trento.

Gli altri uomini ai vertici del clan, tutti nigeriani, avevano nomi in codice come Bobo, Ken e Ukua, quest'ultimo diminutivo di Samuel nel dialetto della regione nigeriana dalla quale proviene. "Siamo di fronte ad una comunità chiusa - ha detto il Vicequestore di Trento e capo della Squadra Mobile Tommaso Niglio - che condivide una cultura comune e soprattutto una lingua, il broken english, non facile da interpretare".

Il 'grazie' del governatore alle forze dell'ordine

Durante la presentazione delle operazioni che hanno portato in carcere 35 persone, tutti cittadini nigeriani, il Vicequestore ha anche voluto pubblicamente sottolineare l'importante collaborazione di cittadini nigeriani in Italia, "persone perbene, senza le quali quest'indagine non avrebbe avuto l'esito che ha avuto"

Nel corso delle indagini ogni mattina, da Ala, Verona e Vicenza, gli spacciatori, opportunamente riforniti di droga, precedentemente presa a Verona e Vicenza,  ed istruiti dai capi dell'organizzazione attraverso una fitta messaggistica tramite  servizi di instant messaging, sono stati visti salire sui treni regionali lungo la tratta ferroviaria che collega il capoluogo alla città scaligera e giungere a Trento, per poi sparpagliarsi lungo le vie della città e riprendere l'ultimo treno disponibile per ritornare verso i luoghi di dimora.

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Un'organizzazione solida, strutturata, forse in contatto con la criminalità organizzata italiana. Una "mafia nigeriana" a tutti gli effetti: a questo farebbe pensare il materiale sequestrato a Verona, sul quale vi è il massimo riserbo, in un negozio di prodotti africani nei pressi della stazione. Una copertura che celava in realtà una delle basi della banda.

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