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Youssef con i figlioletti

Youssef con i figlioletti

Costretto alle dimissioni e denunciato per furto: ma è innocente

Alla fine di questa storia, iniziata nel 2011, 9 provvedimenti giudiziari su 9 hanno dato ragione a Challou Youssef e ora la Cassazione ha messo la parola fine

Si è conclusa la lite giudiziaria fra Challou Youssef e la ditta Arcese Trasporti. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, che nel maggio del 2011, quando lavorava per Arcese, era stato accusato del furto di un kit di pronto intervento antinquinamento (valore 250 euro circa). Gli chiesero di firmare la lettera di dimissioni, altrimenti avrebbero chiamato i carabinieri e lo avrebbero denunciato, "rovinando la vita a me e a tutta la mia famiglia", come si legge negli atti giudiziari difussi in una nota del Sindacato di base multicategoriale che ha seguito dall'inizio la vicenda. Youssef, intimorito, firmò, ma si recò subito dall'avvocato Angela Modena, che impugnò le dimissioni in quanto non sottoscritte in libertà. Seguirono numerosi procedimenti sia in sede civile, avanti il giudice del lavoro, sia in sede penale.
 
La prima ordinanza (con rito d'urgenza) fu emessa dal giudice del lavoro del Tribunale di Rovereto che dichiarò: "le dimissioni non appaiono il frutto di una serena valutazione della sua posizione, ma influenzate dalle forti pressioni psicologiche operate dal direttore del personale dott. Collotta che lo aveva posto - dopo averlo convocato nella sala riunioni aziendale alla sola presenza del responsabile dell'ufficio assicurazioni aziendale ... e senza metterlo nelle condizioni di consultarsi con chicchessia - nella stringente ed ineludibile posizione altervativa di 'salvare l'onore suo e della sua famiglia' o di essere denunciato per furto". Ordinò quindi all'azienda di autotrasporti di reintegrare il dipendente nelle sue mansioni e lo condannò al pagamento delle spese processuali.
 
La ditta fece reclamo contro l'ordinanza e, per non consentirne il rientro disposto dal giudice, licenziò Youssef affermando che, se non erano valide le sue dimissioni, allora andava espulso dagli organici aziendali per furto. Inoltre lo denunciò alla Procura della Repubblica di Rovereto per detto reato. Il Tribunale di Rovereto, in sede collegiale, aveva respinto l'appello proposto da Arcese confermando l'ordinanza emessa dal giudice e condannando ancora la ditta di trasporti alle spese processuali. 
 
Il lavoratore era stato comunque licenziato, con una famiglia numerosa a carico. Sempre con l'aiuto dell'avvocato Angela Modena, ha quindi impugnato il provvedimento aziendale di espulsione dal lavoro e presentato ricorso d'urgenza al Tribunale di Rovereto, che con nuova ordinanza aveva annullato il licenziamento. La ditta ha quindi presentato un altro reclamo avverso detta ordinanza. Ma il Tribunale di Rovereto ha deciso per il reintegro del lavoratore in azienda e il pagamento di tutte le retribuzioni perse dal licenziamento alla reintegrazione. Scrive la corte che il video prodotto dall'azienda per accusare il dipendente di furto "riprende il lavoratore in un atteggiamento che da forza alla versione da lui offerta, atteso che le immagini lo mostrano prima prendere con facilità (usando una sola mano) ed estrema naturalezza il bidoncino (senza alcuna accortezza o circospezione) e poi ricollocarlo con la stessa tranquillità nel luogo in cui lo ha prelevato, evidenziando quindi modalità comportamentali che poco si attagliano a chi ha commesso o sta commettendo un furto".
 

La lite giudiziaria si è quindi spostava in sede penale: la stessa procura aveva richiesto l'archiviazione del caso in quanto "non v'è prova che all'interno del bidone potesse essere depositato un kit di pronto intervento antinquinamento, e se così fosse, non si capisce come mai lo stesso non fosse segnalato o comunque in immediata visione per un pronto impiego in caso di fuoriuscita di materiale inquinamente". Gli avvocati della ditta si sono opposti ma l'archiviazione è stata accettata. Lo scontro giudiziario è quindi tornato in sede civile. Dopo tanti procedimenti con rito d'urgenza, arrivava il processo di merito vero e proprio con relativo giudizio finale. Alla fine di questa storia, 9 provvedimenti giudiziari su 9 hanno dato ragione a Youssef e ora la Cassazione ha messo la parola fine. 
 

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