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Chi potrà andare in pensione nel 2022: l'ipotesi Quota 41 (con conseguenze)

L'attesa, tra i potesi e indiscrezioni, dura ormai da tempo. Servono maggiori sicurezze, se non ci sarà un intervento realmente ampio e strutturale, dal 1° gennaio 2022 verrà ripristinata la legge Fornero, che prevede l'uscita dal lavoro a 67 anni ( limite che torna a crescere con l'aspettativa di vita)

Dopo diversi mesi di ipotesi e indiscrezioni, ora è atteso un cronoprogramma credibile sul tema pensioni. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha annunciato l'avvio di un confronto con le parti sociali, con gli altri ministeri interessati e in sede collegiale di governo, "al fine di individuare i percorsi più adeguati e con principi di condivisione per intervenire sul sistema pensionistico. Credo che le proposte di intervento che saranno prossimamente individuate e condivise non possano essere più di carattere sperimentale e transitorio, ma dovranno essere orientate, in termini di sostenibilità ed equità e di una prospettiva di lungo periodo. Dovranno avere carattere strutturale".

Quota 100 scade il 31 dicembre 2021

Il 31 dicembre scade Quota 100, che prevede di andare in pensione a 62 anni con una contribuzione minima di 38 anni. Sul rinnovo di Opzione Donna e Ape sociale non sembrano esserci ostacoli di sorta. Le ipotesi per le pensioni dal 2022 sono tante: Quota 102, Quota 92 (a fronte di un ricalcolo interamente contributivo della pensione), Quota 41, la flessibilità dai 62 anni di età chiesta dai sindacati. Poi c'è il potenziamento del contratto di espansione che, di fatto, consente mandare in pensione su base volontaria i lavoratori fino a 5 anni prima (60 mesi) rispetto ai requisiti ordinariamente richiesti per la pensione di vecchiaia o anticipata.

Quota 100 per 3 anni ha consentito di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi, ma dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo "scalone" di cinque anni di età. Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Lo scalone è un problema vero, da affrontare quanto prima. Facciamo un esempio: Ivano e Giuseppe hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Ivano andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giuseppe dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029. Insomma così non va, è evidente. Uno scalone del genere andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008. 

Quota 41 può essere la soluzione?

Quota 41 resta chiaramente l’ipotesi più apprezzata dai sindacati: darebbe la possibilità di pensionamento una volta raggiunti i 41 anni di contributi, per tutti i tipi di lavori. Piace poco ai lavoratori l'idea (che al momento resta tale, con qualsiasi "Quota") di un ricalcolo basato sulla proporzione tra coefficiente della pensione a 67 anni e coefficiente di uscita a 63 o 64 anni. Con coinvolgimento degli anni di versamento contributivo precedenti al 1996 e alla Riforma Dini. Cosa che avrebbe importanti benefici sulle casse Inps, e pochi invece per chi dopo aver lavorato tanti anni avrebbe diritto a godersi la pensione per cui ha versato per decenni i contributi. Quota 41 "per tutti" è troppo costosa per le casse dello Stato, addirittura peggio di Quota 100. Per approvare questa misura e renderla più sostenibile in termini finanziari, bisognerebbe inserire penalizzazioni, renderla sperimentale fissando un tempo limite come è avvenuto per Quota 100 (che aveva scadenza triennale). "Non è pensabile che dopo 41 anni di lavoro le persone debbano essere penalizzate" ha però sempre detto la Uil. Insomma, la trattativa sarebbe tutta da impostare.

"Bene la proposta della piattaforma sindacale per quota 41 per non tornare alla legge Fornero" ha ribadito da tempo il Sottosegretario all’Economia, Claudio Durigon (Lega). "Anche noi pensavamo a Quota 41, non posso che essere d’accordo con la proposta dei sindacati per non tornare alla legge Fornero" sottolinea il sottosegretario leghista, spiegando che "Quota 100 nasceva come una norma per la flessibilità in uscita che ha bloccato l’aspettativa di vita prevista dalla legge Fornero".

La Quota 41 proposta prevede quindi la pensione anticipata con 41 anni di contributi senza un requisito anagrafico. Accompagnata da strumenti che consentano una certa flessibilità può davvero essere la sintesi giusta. Oggi in Italia per qualcuno Quota 41 esiste già. Dopo anni di discussione e lotte sindacali per re-introdurre un tetto massimo contributivo di 41 anni per uomini e donne, ovvero la cosiddetta Quota 41, l’articolo 1 co. 199 della Legge di Bilancio 2017 ha dato il via libera per questo tipo di intervento che concede particolari agevolazioni in termini di flessibilità in uscita dal mondo del lavoro almeno in favore di categorie di lavoratori che abbiano condizioni lavorative ed economiche particolarmente disagiate. Il piano ora sarebbe quello di allargare la platea, ma una qualche forma di "penalizzazione" per chi lascia il lavoro in anticipo rispetto all'età anagrafica limite sarebbe inevitabile.

L'ipotesi scivolo di 5 anni per dipendenti pubblici e privati

C’è poi la proposta avanzata dal Ministro Brunetta che riguarda fondamentalmente i dipendenti della pubblica amministrazione, lo scivolo di 5 anni. Si tratterebbe di permettere ai dipendenti pubblici di accedere alla pensione a 62 anni con possibili penalizzazioni sull’assegno (calcolo interamente contributivo?) che dovrebbe in qualche modo andare a ricalcare l’isopensione, oggi consentita ai soli dipendenti del settore privato, essendo l’anticipo interamente a carico del datore di lavoro. Inserendo le penalizzazioni, in ogni caso, si pensa che a pagare l’anticipo potrebbe essere il dipendente stesso ed in questo modo non ricadrebbero sulle casse dello Stato.

Sul tavolo anche il potenziamento del contratto di espansione che, di fatto, consentirebbe di mandare in pensione su base volontaria i lavoratori fino a 5 anni prima (60 mesi) rispetto ai requisiti ordinariamente richiesti per la pensione di vecchiaia o anticipata. Già introdotto dal Decreto Crescita nel 2019 ma solo per aziende di grandi dimensioni (oltre 1.000 lavoratori, e con un anticipo di soli due anni), l’ultima manovra ne ha ampliato la platea coinvolgendo anche le medie imprese (organico di almeno 250 lavoratori). Ora con il Decreto Sostegni bis c'è stato un ulteriore step abbassando la soglia per l’accesso ai contratti di espansione a 100 dipendenti e ampliando ancora la platea di possibili beneficiari di circa 15 mila aziende e circa 27 mila dipendenti nel 2021 (altrettanti nel 2022). Il contratto di espansione dà la possibilità di ridurre l’orario di lavoro, opzione della quale potranno beneficiare i dipendenti privi dei requisiti per  accedere allo scivolo: per loro una speciale cassa integrazione a costo zero per l’azienda con riduzione massima dell’orario pari al 30%. Secondo i sindacati la proposta è eccessivamente costosa. Staremo a vedere.

Che cos'è lo scivolo con il contratto di espansione

Ma che cos'è il contratto di espansione? In pratica consente di mandare in pensione su base volontaria i lavoratori fino a 5 anni prima (60 mesi) rispetto ai requisiti ordinariamente richiesti per la pensione di vecchiaia ma anche anticipata. Serve un accordo da siglare presso il Ministero del Lavoro tra azienda e sindacati, che deve contenere anche un certo numero di nuove assunzioni e deve essere finalizzato alla reindustrializzazione e riorganizzazione in ottica di sviluppo tecnologico dell’attività. L’obiettivo è quello di favorire la ristrutturazione delle imprese in crisi e il ricambio generazionale.

Il meccanismo funziona in questo modo: il lavoratore che si trova a meno di cinque anni dalla pensione chiude il rapporto con l'azienda e riceve in cambio la cosiddetta indennità di accompagnamento alla pensione. Ovvero una somma che gli viene corrisposta per tredici mensilità all'anno fino al compimento dei 67 anni e alla maturazione dei requisiti per lasciare il lavoro e maturare la pensione. A pagare sarà l'Inps ma a fornire i soldi sarà l'azienda di provenienza con cadenza mensile e garantita da una fidejussione. Non la cosa più semplice del mondo, sia chiaro. Ma un chiaro vantaggio per l'azienda è che dalla cifra versata al lavoratore viene sottratta la Naspi che gli dovrebbe essere corrisposta in caso di perdita del posto. Così un lavoratore che guadagna 36mila euro l'anno costerebbe all'azienda 100mila euro in cinque anni. Per il lavoratore c'è invece anche la possibilità di trovare un altro lavoro. 

Il dibattito è vivace in questi giorni, e lo diventerà sempre di più nel corso dei prossimi mesi. Nessuno si aspetta che la sintesi sarà trovata prima dell'autunno, e la strada è in salita. "Con Draghi tutti d'accordo (partito unico liberista) nel sferrare l'ennesima pugnalata alla classe lavoratrice" attacca Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. Al momento le critiche all'assenza di programmi del governo sul fronte pensioni arrivano da partiti minori. Non è detto che non si alzino voci più forti nelle prossime settimane.

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