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Il Palazzo del Diavolo a Trento: ecco la leggenda

In via Manci un sontuoso palazzo del '600 è ancora oggi avvolto dalla leggenda: un giovane banchiere tedesco, una promessa sposa con un cognome cardinalizio, e lo zampino di belzebù

Tra le leggende della città di Trento ce n'è una che vede come protagonista il diavolo in persona. Si tratta di una delle leggende più celebri tanto che l'edificio nel quale è ambientata è ancora oggi conosciuto dai trentini come Palazzo del Diavolo. Ufficialmente la denominazione è Palazzo Fugger Galasso, dal nome della famiglia che lo edificò e di quella che ne prese possesso in seguito. Il primo nome, quello dei Fugger, è quello legato alla leggenda. Si narra infatti che fu proprio Georg Fugger, discendente di una potente famiglia di banchieri di Augusta, in Germania, a scendere a patti con il diavolo per costruire il palazzo in un solo giorno.

A contribuire alla nascita della leggenda c'è anche il nome, o meglio il cognome, della promessa sposa di Fugger: Elena Madruzzo. Certo, non un nome nobiliare qualsiasi. La famiglia Madruzzo, originaria della vicina Valle dei Laghi dove sorge tutt'oggi l'omonimo castello, ha di fatto retto il Principato Vescovile per oltre un secolo, nei decenni cruciali del Concilio. Concilio che si era concluso da poco più di quarant'anni quando il palazzo in questione fu edificato. Si conosce infatti la data dell'edificazione, 1602, ed anche l'architetto, il bresciano Pietro Maria Bagnadore (vissuto tra il 1550 ed il 1619), che cinque anni più tardi edificherà anche l'annessa Cappella dei Martiri Anauniensi.

Un giovane e ricco banchiere venuto dall'estero. Una promessa sposa dal cognome importante. Un magnifico palazzo costruito nel cuore della città in breve tempo, ma di questo non vi sono prove sicure. Gli elementi della leggenda c'erano tutti. E che dire della cappella? Costruita pochi anni dopo, ai contemporanei del Fugger deve essere parsa un atto di "penitenza" per qualche "peccato" compiuto. "Qui sento odore di zolfo" deve aver pensato qualcuno, magari qualche nobile caduto in disgrazia ed invidioso del ricco banchiere tedesco. E la leggenda cominciò a circolare in città.

Si narra, infatti, che il banchiere arrivato da poco in città si innamorò perdutamente della bella Elena. L'amore tra nobili, a quei tempi, era però una questione economica. Il giovane Fugger poteva vantare sicuramente un patrimonio familiare ingente, rapporti con papi ed imperatori, ed un nome potente... nella città tedesca di Augusta. Peccato, però, che a Trento egli non avesse una dimora e vivesse, ospite, a Villa Margon nel sobborgo di Ravina. La famiglia Madruzzo esigeva che il giovane Fugger erigesse una degna dimora in città, o avrebbe concesso la figlia in sposa ad un altro pretendente.

Il tempo correva, ed il banchiere di Augusta non sapeva che fare. Comprato un malandato palazzo in via Manci pensò di restaurarlo ma, dopo aver parlato con gli artigiani della città, si rese ben presto conto che i lavori avrebbero richiesto almeno un anno di tempo. In quel momento mandò, letteralmente, al diavolo il capomastro, che si rivelò poi come il diavolo in persona. "Chiamato" dall'involontaria invocazione belzebù era uscito allo scoperto, ed era pronto a scendere a patti. Come in ogni storia demoniaca che si rispetti il pegno, anche in questo caso, era l'anima del signor Fugger.

In cambio dell'anima del banchiere il diavolo avrebbe ricostruito il palazzo in una sola notte. Una volta stretto il patto una schiera di diavolo sarebbe comparsa sotto gli occhi increduli di Fugger. I demoni lavorarono senza sosta per un'intera notte, e all'alba il palazzo era pronto. Quando il diavolo si presentò da Fugger per riscuotere la sua anima il giovane banchiere scoppiò a ridere: "La mia anima? L'ho già promessa ad Elena Madruzzo" rispose a Satana. I due, infatti, avevano firmato un regolare contratto in vista del matrimonio, promettendo di appartenersi l'un l'altro. Di fronte alla potenza dell'amore il diavolo non potè nulla. Il contratto era firmato, ed era stato benedetto, in gran segreto, da un amico frate. Ricolmo d'ira ma impotente belzebù dovette ammettere la sconfitta. Un muro completamente annerito testimonierebbe ancora oggi la fiammata che lo avvolse qualche secondo prima di sparire, al sorgere del sole. 

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