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Lago di Garda, da 25 anni si cerca una quadra sulla gestione

La gestione governativa del più grande lago d'Italia doveva essere trasferita a Veneto, Lombardia e Pat entro il 2000. La ministra Gelmini: "Ripartire da una società partecipata"

Due regioni (Lombardia, Veneto), una Provincia autonoma (Trento) e un fattore denominatore comune: il lago di Garda. Da gestire con una nuova società partecipata. La questione è sul tavolo da 25 anni, da quando un decreto governativo ha stabilito il passaggio della gestione degli specchi d'acqua dallo Stato agli enti regionali: “La gestione governativa dei laghi Maggiore, Como e Garda sarà trasferita alle regioni territorialmente competenti e alla provincia autonomia di Trento entro il 1° gennaio 2000”. Un decreto che ad oggi è rimasto solo sulla carta.

Ora però si vuole accelerare, soprattutto sull'area del Garda, anche per migliorare l'accessibilità al principale lago italiano le cui sponde accolgono da sempre un gran numero di turisti. Se ne è parlato giovedì 3 marzo a Milano durante la seduta speciale della commissione Trasporti a Palazzo Pirelli alla presenza della ministra per gli Affari regionali Mariastella Gelmini, nella sua veste di presidente della Comunità del Garda, la realtà che cura gli interessi del lago. La ministra vuole riprendere i lavori a partire proprio da quel decreto legislativo e "provare a rendere fattiva la collaborazione tra le regioni coinvolte".

Per Gelmini "va esaminata con attenzione la proposta della comunità del Garda che può avere un discreto consenso", ossia quella di "affrontare questo problema in maniera unitaria, con una società di gestione partecipata dalle tre regioni". Secondo Gelmini "potrà esserci anche la presenza di enti locali, operatori del settore, in modo tale da creare una realtà imprenditoriale efficiente che non disperda il patrimonio di uomini e mezzi già esistente".

Per il dirigente del dipartimento Territorio della Pat Roberto Andreatta è invece "impensabile una migrazione integrale della gestione governativa verso le regioni", in quanto "qualsiasi struttura giuridica si voglia dare a un soggetto regionalizzato richiederà un enorme dispendio di risorse". Per Andreatta sarebbe "più profittevole un sistema di subaffidamenti graduali a vettori privati che peraltro già operano". In sostanza: regionalizzare sì, ma un passo alla volta e con l'aiuto dei privati.

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