Accoglienza, Kaswalder: "Pensavo fossero volontari". La risposta: "Non significa business"

Avere dei lavoratori qualificati non significa fare profitto: "abbiamo il vincolo della non redistribuzione degli utili". Ecco la risposta degli enti sociali trentini

"Credevo che chi si occupa di accoglienza lo facesse per volontariato, ho scoperto invece che è un business non da poco". Le parole del presidente del Consiglio provinciale Walter Kaswalder, intervistato a fine anno dal quotidiano L'Adige, hanno provocato la dura reazione degli enti del sistema dell'accoglienza trentina. 

Enti che sono sì, in qualche caso associazioni, e per la maggior parte cooperative sociali, ma che hanno assunto negli anni scorsi 150 lavoratori e lavoratrici con regolare contratto. "Giovani con levate professionalità, assunti in base a capitolati d'appalto emessi dalla stessa Provincia di Trento" scrivono i presidenti delle realtà sociali trentine.

La lettera aperta a Kaswalder porta in calce le firme dei rappresentanti della onlus Atas, del CNCA - Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, del Centro Astalli di Trento, ente dei Gesuiti, e delle cooperative sociali Arcobaleno, Forchetta e Rastrello, Kaleidoscopio, Samuele e Punto d'Approdo.

Naturalmente, oltre ai 150 lavoratori ci sono tantissimi volontari: "il preziosissimo volontariato, invece, è offerto gratuitamente come impegno civico. A loro non è necessariamente richiesta competenza particolare, perché non si sostituiscono mai ai lavoratori, ma sono chiamati a sostenerli, senza vincoli particolari. Il volontariato è significativamente presente nelle organizzazioni del terzo settore e, talvolta, è talmente qualificato da sedere negli organi di governo" si legge nel documento.

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"Essere senza scopo di lucro - si legge ancora nella lettera - non significa che viviamo solo di volontariato, ma piuttosto che abbiamo la caratteristica, o il vincolo, della non ridistribuzione degli utili ai soci, da qui il nome: “non profit”. Gli eventuali utili, necessari come in qualunque realtà economica, che facciamo vengono reinvestiti all’interno dei servizi, o destinati alla comunità. A rigor di logica, essendo Lei chiamato a gestire “il bene pubblico” dovrebbe sostenere le persone e le organizzazioni che non guardano al loro personale interesse, quanto piuttosto al bene della collettività. E lo fanno non “a parole” ma destinando al bene collettivo i propri utili".

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