La lucertola delle Dolomiti vissuta 240 milioni di anni fa sulla copertina di Nature

Il fossile ritrovato nel 1999 in Val Pusteria torna a rivivere grazie alla ricostruzione tridimensionale. Lo studio conquista la copertina di Nature, tra gli autori un paleontologo del Muse

La ricostruzione grafica di Davide Bonadonna della Magachirella

La "madre" di tutte le lucertole torna a mostrare il suo volto dopo 240 milioni di anni. Il fossile di Megachirella Wachtleri fu ritrovato nel 1999 sui monti sopra Braies in Alto Adige, nelle Dolomiti, dallo studioso Michael Walchter, da cui il  nome. Venne descritta, questo il termine usato  dai  naturalisti, nel 2003. Si capì subito che tale ritrovamento costituiva un tassello fondamentale per la ricostruzione dell'origine e dell'evoluzione dei rettili.

Oggi il paziente e meticoloso studio di un team internazionale, che comprende anche  i ricercatori del Muse di Trento, è stato finalmente presentato al mondo: grazie a particolari tecniche di ricostruzione tridimensionale si è riusciti a "staccare",  virtualmente, l'animale dalla roccia e  ricostruire un modello 3D. Particolarmente importante è stata  la  ricostruzione del "volto" dellapiccola lucertola, che non oveva superare complessivamente i 15 centimetri, perchè proprio il cranio mostra strette somiglianze con alcune forme primitive come i cosiddetti Eolacertilia. Un cranio che nel fossile è incompleto, ma che è stato appunto ricostruito al computer.

La ricerca sarà pubblicata su Nature, la rivista scientifica più conosciuta al mondo. L'immagine ricostruita dal paleoartista  milanese Davide Bonadonna ha conquistato la copertina. Il team è formato da studiosi del Muse - Museo delle Scienze di Trento, del Centro di fisica teorica Abdus Salam di Trieste, del Centro Enrico Fermi di Roma e dell'acceleratore di particelle Elettra di Trieste, coordinati da Tiago Simões dell'Università canadese di Alberta. Per "separare" lo scheletro fossilizzato dallaroccia  sono state usate tecniche di analisi utilizzate dai fisici della materia. Una sorta di "Tac" iperdefinita, che analizza la struttura più intima della materia.

Il paleontologo del Muse Massimoo Bernardi, co-autore dello studio, parla di "una Stele di Rosetta dell'evoluzione degli squammati". Il parallelo con il ritrovamento archeologico al quale si fa risalire la prima testimonianza della scrittura può dare l'idea dell'immportanza, in campo naturalistico, della ricerca.  "È come se fosse uscito dall'anonimato e fosse stato scoperto una seconda volta - ha dichiarato all'ANSA, anticipando la presentazione della scoperta, che si terrà oggi al Museo delle Scienze di Trento -  sarà  un punto  dii riferimento, una chiave per la comprensione di una vicenda evolutiva che ha condizionato per sempre la storia della vita sul nostro pianeta".

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