Itas, gli indagati sono cinque

Indagini chiuse da parte della Procura di Trento. Oltre al direttore generale Ermanno Grassi sarebbe finito nei guai un altro dirigente della compagnia per le spese di ristrutturazione di un attico

Cinque indagati nell'ambito dell'inchiesta sul Gruppo Itas assicurazioni, al centro di una bufera giudiziaria dopo le dimissioni del direttore generale Ermano Grassi che deve rispondere di truffa, estorsione e calunnia.

La Procura ha comunicato la chiusura delle indagini. Oltre al direttore generale  Grassi sarebbe finito nei guai un altro dirigente della compagnia per le spese di ristrutturazione di un attico in piazza Silvio Pellico.

Giovedì 27 aprile si terrà l'assemblea generale, in cui, tra le altre cose, si voterà la modifica allo statuto per consentire il quarto mandato al presidente Giovanni Di Benedetto, che andrebbe così a guidare il gruppo fino al 2024.

Il presidente Di Benedetto, sino ad ora mai sentito dagli inquirenti, ha depositato mercoledì una memoria in cui viene precisata in maniera dettagliata la propria versione dei fatti, che lo vedono coinvolto come parte lesa, riservandosi di formulare al momento opportuno le richieste risarcitorie del caso nell’interesse di Itas.

Il gruppo assicurativo prima di tutto ribadisce che la società si è prontamente costituita fin dall’ottobre 2016 parte lesa e che non è mai rimasta inerme né ha mai assunto una condotta omissiva nei confronti della vicenda.

La Società dichiara che il Presidente non è mai stato oggetto di ricatto o estorsione. Di Benedetto ha appreso delle attività di “spionaggio” messe in atto dal Ermanno Grassi solo leggendo l’ordinanza del G.I.P. che ha fatto uscire allo scoperto Grassi, dimessosi perchè interdetto dal giudice. Solo allora, reso edotto della condotta del direttore, il presidente Di Benedetto avrebbe richiesto la bonifica degli uffici, temendo che potessero esservi nascoste delle microspie.

Itas non ha però presentato denunce in merito sia perché il trasmettitore della cimice non era più funzionante, sia perché in allora non vi era alcuna certezza sulla identità dell’autore del fatto. In un nota il gruppo specifica che Grassi non ha mai esercitato alcuna pressione o ricatto per ottenere più di quanto gli spettasse, né mai il Presidente e il CDA avrebbero permesso un simile atteggiamento intimidatorio.

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