Alpini a Trento, ecco com'è andata

La città torna ai suoi ritmi normali dopo l'invasione delle penne nere, l'impatto è stato forte e gli interrogativi molti. "Alpini si è o si diventa?"

"Alpini si è, non si diventa". Così dice il maestro di un coro alpino di Modena mentre sorseggia la sua birra e "scalda le  voci" del suo coro per la  serata. In effetti è vero il contrario. L'Adunata Nazionale degli Alpini potrebbe benissimo chiamarsi l'Adunata di "quelli che hanno fatto l'alpino", se proprio non si vuole usare il brutto termine "ex-alpini". Ciò significa, in buona sostanza, la maggioranza della popolazione maschile del Nord Italia nata prima del 1985.

Moltissimi uomini, allora ragazzi, nati tra Trieste e Cuneo e divenuti maggiorenni prima della sospensione del servizio militare nel 2005, alpini lo sono diventati. E' normale quindi che all'Adunata nazionale di "quelli che sono diventati alpini" ci sia un po' di tutto. Cosa unisce l'alpino che passeggia per le strade di Trento in giacca e cravatta e quello a petto nudo che balla sopra uno dei tanti improvvisati "trabiccoli"? Il cappello. Simbolo che, come tutti i simboli, rimane privo di significato se non lo si riempie di contenuti.

Ad unire gli alpini è soprattutto l'impegno, quello profuso per la popolazione in caso di calamità, ma anche quello umile e quotidiano nel tenere aperto un piccolo circolo in un paesello altrimenti privo di punti di aggregazione. Impegno in tempo di guerra e di pace, come mostrano le due anime dell'Adunata: la Cittadella degli Alpini, allestita dall'esercito ai giardini S. Chiara, e la Cittadella della Protezione Civile in piazza Dante. Due realtà all'apparenza opposte: cannoni da una parte, ruspe dall'altra. Distruggere e ricostruire.

E' lo stesso impegno che anima il Coro della Scuola Militare Alpina di Aosta, uno dei tanti cori che si sono esibiti a Trento. Sono congedati che abitano in tutto il Nord Italia, qualcuno anche nel resto della penisola. Ogni anno si trovano per fare almeno due o tre prove insieme. Hanno incantato la chiesa di S. Francesco Saverio gremita di persone, sabato sera mentre fuori infuriava la baraonda generale. Un patrimonio musicale e storico impressionante se si pensa che per due sere ogni chiesa della città e dei sobborghi ha ospitato quattro o cinque cori. Per non parlare delle fanfare che hanno animato le vie e le piazze di Trento.

Strade invase, purtroppo, anche da bottiglie, lattine e bicchieri. Immondizia varia abbandonata ovunque, prontamente fatta sparire alle prime luci dell'alba dagli operatori di Dolomiti Energia, veri eroi dell'Adunata, insieme naturalmente agli autisti di Trentino Trasporti. La promessa di corse ogni 15 minuti è stata  mantenuta solo in parte, ma di sicuro è stato fatto il possibile. Da non dimenticare, chiaramente, anche tutti i volontari del Comitato Organizzatore. L'impatto di 400.000  persone in una città che ne conta normalmente 120.000 è stato forte. Come detto c'è stato di tutto: la presenza di prostitute tra la folla, ma anche le proposte "per adulti" di alcuni locali cittadini parlano da sole. Sarebbe ipocrita parlare di un'Adunata tutta rose, fiori e tricolori.

Altro tasto dolente sono le battute lanciate alle donne, in alcuni casi ragazzine (episodi visti in prima persona), le occhiate, l'insistenza dovuta all'alcol ed all'euforia di una festa in cui, così pensa qualcuno, "tutto è permesso". La fiducia e la stima della popolazione è invece una vetta da conquistare continuamente, anche per gli alpini. Una trincea da strappare al nemico, ai nemici di oggi che insidiano la nostra società: la disumanizzazione della vita, la spettacolarizzazione del sé, l'ingordigia consumistica che divora anche i momenti di festa, di celebrazione, di ricordo.

C'è poi chi vorrebbe vedere Trento sempre così: festa, deroghe ai divieti, autobus notturni e gratuiti. O meglio ci si chiede perchè, con le dovute proporzioni, "per gli alpini sì, e per altri no". La risposta non è compito nostro. Resta il fatto, per dirla con quel maestro di coro, che "gli alpini sono gli alpini". Speriamo però con questa riflessione di aver mostrato che alpini si diventa. Gli alpini stessi, giorno dopo giorno, devono diventarlo per conquistare continuamente la stima ed il rispetto delle città che di volta in volta li ospitano, come si conquistano le montagne.

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