Bruno: il Tribunale boccia per la seconda volta la richiesta danni al Centro Sociale

Sentenza in Appello per la richiesta di 120mila euro avanzata dalla Provincia agli ex "capi" dell'occupazione del 2007. Esultano i nuovi militanti: "Bruno non si caccia"

La richiesta di risarcimento "stellare" per l'occupazione della vecchia sede del Centro Sociale Bruno in via Dogana, oggi abbattuto, fu presentata in ritardo dallla Provincia. E' quanto ha sancito la Corte d'Appello con una sentenza che riaccende gli animi degli attivisti del "nuovo" Bruno, abusivo da più di un mese dopo la scadenza del comodato d'uso gratuito.

Per la seconda volta il Tribunale ha rigettato la richiesta di risarcimento presentata dalla Provincia nella legislatura di Ugo Rossi. Andiamo con ordine: l'occupazione dello stabile in via Dogana avvenne nell'autunno del 2007. Nell'estate del 2013 l'edificio fu sgomberato e poco tempo dopo gli attivisti si stabilirono nell'attuale sede in Lung'Adige San Nicolò, avuta in comodato d'uso dall'amministrazione provinciale, mantenendo il nome Centro Sociale Bruno. Nel 2014 la Giunta Rossi chiese i danni per mancato utilizzo dell'edificio di via Dogana, poi abbattuto nel gennaio 2015. 

La richiesta di risarcimento fu dunque spedita quando lo stabile era già vuoto, pronto per essere abbattuto, ed in ogni caso erano ormai 7 anni che la Provincia er a conoscenza della situazione, senza muovere un dito. In principio vennero chiesti 530mila euro di risarcimento, poi in Appello la cifra fu drasticamente ridotta a 120mila. Per la seconda volta il Tribunale lascia la Provincia a bocca asciutta.

Il "nuovo" Bruno esulta

Nel frattempo è scaduto il comodato d'uso della nuova sede e gli attivisti hanno già organizzato assemblee ed attività per ribadire la volontà di restare a tutti i costi. La sentenza sulla vecchia sede è stata, naturalmente, accolta con entusiasmo: "A maggior ragione, dopo questa sentenza ci sentiamo dalla parte della ragione nel momento in cui l’esperienza del centro sociale è nuovamente sotto attacco".

"Al di là dell’enorme soddisfazione per questo risultato, la sentenza ci permette di ribadire ancora una volta alcuni concetti che sono inscritti nel dna del nostro percorso etico e politico - si legge nella nota - La riapertura dell’edificio non è mai stata a uso privatistico, ma inserita in un processo di rigenerazione partecipato tanto che il centro sociale è stato messo a disposizione dell’intera collettività, diventando un punto di riferimento culturale e sociale".

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